martedì 27 marzo 2012

Studiare negli anni '40-'50 (seconda parte) - Il costo del diploma

Diploma "Fermo Corni" 1952-53

Giunto alla fine degli studi con la media del sette, primo nelle classi, unico sette in italiano scritto, ero stato scelto dagli insegnanti tecnici per dimostrare alla Commissione Esterna, i programmi svolti.
Ma nell' ultimo anno di scuola, a causa anche del forte affaticamento la distonia di cui già soffrivo si aggravò, mettendo in serio pericolo l’esame di stato.

Successero due fatti a compromettere un po' la situazione.

1) Esame orale di  italiano: mi si chiese di commentare una poesia, credo di Alfieri, che esaudii, la conoscevo bene; alla fine mi domandò di chi era. Ebbi un attimo di sconcerto: non lo sapevo più. La prof. si adirò molto per la stranezza, e ciò mi sconvolse. Mi chiese di commentare una seconda poesia: identica scena. La reazione fu
durissima. Non riuscii più ad aprir bocca. Non avrei più saputo neanche il nome di Garibaldi. Risultato: quattro.
Dall’altro lato della cattedra mi attendeva la stimatissima Avv. Finzi-Miotti per l’esame di Diritto che mi aveva ammesso all’esame con l’unico sette. Per aiutarmi, ed anche per non fare lei una brutta figura, mi strappò con gran fatica, il minimo per salvarmi: sei.  

2) Disegno tecnico: io, modestamente, mi ritengo bravo in disegno e mi piace pure, lo dimostra anche il fatto che, fino a tutt’oggi, ho svolto tantissima parte della mia attività di progettista meccanico disegnando prima a mano poi a computer impegnativi progetti, per ANIC, per HERA, per Marcegaglia, Rivoira e molti altri, sempre con lusinghieri successi.

Anno 1952. A casa, senza corrente elettrica per disegnare, le sere e le notti, mi ero costruito un tavolo con un foglio di “faesite”, che ho ancora, su di una traballante base di legno, con la tecnologia che avevo, cioè un’accetta, una sega, martello e chiodi, un po’ di colla fatta con la farina di grano, una lima, bastoni di pioppo, quattro listelli e poco più.
La luce era una fumosa lampada a petrolio che tenevo in un angolo del tavolo messo in orizzontale, in un equilibrio un po’ instabile. Dovevo disegnare i particolari di un riduttore su di un foglio molto grande (A0). Nel disegno a mano, con le cancellature, con il grado di pulizia dell’ambiente e dei vestiti, la grafite della matita, nella soffitta che fungeva anche da camera da letto, oltre che da granaio per il frumento, era inevitabile che il foglio si sporcasse.
Alla fine, una notte, dopo due mesi di duro lavoro notturno, il disegno era pronto per presentarlo all’insegnante. Nel pulire il foglio dai residui di gomma dalle cancellature, con la mano presi contro la lampada. Il foglio, in un angolo, si macchiò di petrolio per dieci-quindici centimetri. Feci di tutto per asciugare e ripulire, ma restò un alone molto visibile.
Arrotolato il disegno, la mattina dopo lo portai all’insegnante. Quando lo aprii egli vide la macchia. Con la matita rossa tracciò una gran croce su tutto il disegno: “non si presenta un disegno così ad un insegnante !”, disse. Non riuscii a replicare che il fatto era dovuto “anche” alla mia situazione e quindi non reagii e rifeci tutto il disegno, tante notti fino alle tre, per arrivare ad un misero sei, quell’anno, ma anche il successivo risentì di tale circostanza.

Era il sette Luglio del 1953. Esame di disegno. Commissione esterna e l’insegnante di cui sopra. Un caldo infernale, otto ore ininterrotte per l’esame. Ciascuno di noi aveva portato una bottiglia di acqua minerale, gassata. Nel fissare il foglio al tavolo da disegno, con un piede presi contro la bottiglia, che scoppiò con gran fragore. La Distonia fece il resto.

Tutti corsero lì a vedere cosa era successo. Io, costernato e rosso in viso ero impietrito, mentre l’insegnante, di fronte a tutti non mancò di rimarcare il fatto che a scuola non ci si va solo per imparare a scrivere, ma soprattutto per imparare a vivere ed a comportarsi. Mi ci vollero molte ore per riprendermi, con la forza della disperazione e dopo, fino a sera, il tempo non bastò più per finire. Risultato: insufficiente.



Alla fine degli Esami di Stato la mia situazione era la seguente: con otto in Meccanica, Laboratorio macchine, Tecnologia, Organizzazione e Torneria; sette in Laboratorio Tecnico, Macchine ed Educazione fisica, sei in Diritto, quattro in Italiano e credo cinque in Disegno.


Ci volle una riunione speciale del Consiglio, con l’intervento degli altri Insegnanti Tecnici in particolare di E. Biolcati e V. Facchini, da scriversi con la maiuscola, per portare a sei le due insufficienze e la media totale a sette, quarto in classifica, da primo che ero partito.

Debbo precisare che il primo era a pari merito con Dino Bulgarelli, il mio più caro e sfortunatissimo amico, col quale ho condiviso tutte queste vicissitudini e la miseria, a volte in ardua competizione fra di noi nello studio, ma da cui ho trovato grande conforto nei momenti di difficoltà e che ora ricordo sempre con grande rimpianto.



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