giovedì 3 ottobre 2013

1954: Il Corso per Neodiplomati EDISON


Il 17/09/1954, mi ero appena licenziato dalla fornace, in attesa dell’esito del concorso nelle FF.SS o di riprendere l’insegnamento nella Colonia di Monfestino per le scuole di avviamento, quando ricevetti la richiesta di sostenere un esame per un possibile futuro impiego. 

Non vedevo l’ora !  Sostenni l’esame il 21. Ricevetti esito positivo il 07/10 e l’invito a presentarmi alla Colonia Ettore Motta di Verbania l’11/10, per la prima sessione di un Corso per Neodiplomati che la EDISON S.pA. promuoveva per 180 candidati con la prospettiva di assumerne circa 150, nelle proprie Società. 

Accettai con grande euforia. Non mi pareva vero. Dalla stradina che correva sulla riva del Lago Maggiore, di fronte all’Isola Borromeo, la salita alla Colonia era di circa 580 gradini. Una bella sgambata, per uno che aveva sempre vissuto solo nella piatta pianura emiliana.



Il gruppo era composto da 88 elettrotecnici, 40 ragionieri, 24 chimici, 14 meccanici ed il resto di geometri e radiotecnici. Il corso prevedeva un primo periodo di 20 gg di conferenze, tantissimi esami psicotecnici, colloqui informativi, molte illustrazione delle attività delle Società e tutte le informazione per una prima scelta preliminare. Qualcheduno poteva anche essere scartato. 

Questo periodo è stato il più bel momento della mia vita. Nella camerata “M”, tanti giovani, a quella età, era uno spasso.

Nei ritagli di tempo, fra una conferenza e l’altra, l’allegra comitiva dava luogo ad ogni sorta di spensierata effusione di lazzi, di barzellette, di scherzi, di risate, senza rivalità, senza gelosie, di rumorosi sberleffi, di motti dialettali, insomma, in un mondo dorato che mi lasciava esterrefatto. 

Le mie paure di un fastidioso ritorno della distonia che mi aveva colpito negli ultimi tempi dello studio che mi portava al vomito, erano improvvisamente sparite e partecipavo volentieri alle bravate innocenti, alle battute spiritose, per quanto possibile per la mia provenienza e capacità di esprimermi. 

Quasi tutti provenivano da ceti molto più alti del mio, molti erano figli o parenti di dirigenti e personaggi importanti delle Società del Gruppo, tanti sapevano già, dicevano loro, dove sarebbero andati alla fine del corso e quindi nessun timore, nessuna ragione di pericolo, nessun problema per il futuro. 

Chi leggeva, chi dormiva, chi scriveva, derideva gli amici, chi faceva scherzi e cose simili. Ricordo ancora che una volta, che ad uno che dormiva spesso russando, portammo silenziosamente altre coperte di lana sulla sua, prendendole in quattro, ciascuno per una angolo e posandole delicatamente. Già dopo le prime cominciava a sudare, tuttavia arrivammo fino a sedici, prima che scoppiassimo tutti in una gran risata svegliandolo. 

Dalla biblioteca prendevamo qualche libro da leggere. Anch’io ne presi uno, cos’avrei preso io ?
Immaginate: “I Miserabili” di Victor Hugo. Ho avuto ragione di rileggerlo, dopo, nella vita. 

Alla sera in genere scendevamo giù nei paesi di Pallanza ed Intra, dove si ballava e ci si intratteneva con le ragazze; c’erano delle fabbriche, là, dove lavoravano solo donne, la Rhodiatoce ed altre.  Noi non lo sapevamo, ma loro si che lo sapevano che noi saremmo potuto essere delle facili prede con un futuro assicurato, cioè ”il buon partito”. 

Per me non era un problema perché il buon partito lo aveva già trovato la mia fidanzata con me. La nostra corrispondenza reciproca in quel periodo fu fittissima. Spiegare a lei quel cambiamento era impossibile. 

Erano previsti successivamente tre periodi circa 60-70 gg ciascuno presso tre Ditte diverse, scelte in conformità delle attitudini di ciascuno risultanti dall’esito del primo periodo. Le scelte per me, dopo l’esito positivo di questa prima parte, furono: SAIGARAGE a Milano, SALCI a Edolo e Centrale Emilia a Piacenza. La retta mensile era di 55.000 £ (rispetto alle 15-20.000 £ della fornace !). 

Intanto dalle FF.SS era arrivata la conferma: Nella graduatoria, dal n. 1111 che avevo io (ricordo bene questo facile numero), ero arrivato 2°. Mio zio, Dallari, che aveva seguito con passione tutte le fasi del concorso e che mi teneva al corrente di ogni notizia possibile e che mi aveva sollecitato anche a lasciare l’insegnamento e la fornace, era entusiasta e mi faceva una gran reclame. Avrei dovuto presentarmi a Bologna, il primo di Novembre. Questo veniva bene perché coincideva con la fine del primo periodo e potevo anche non essere ammesso a proseguire. 

I giorni che seguirono furono un vero inferno. Il dubbio della scelta ed il martellamento di mio zio, dopo tutto quello che aveva fatto, sicuro che dopo poco tempo nelle Ferrovie avrei potuto fare un concorso interno molto facilitato per Capo Tecnico, come dal mio diploma, rispetto all’alternativa di entrare in un mondo diverso con maggiori possibilità, ma anche con maggior rischio. 

Malgrado tutto, scelsi la EDISON. Dopo 11 giorni di dipendente delle ferrovie, andai ad Edolo, presso la SALCI. Mi resi subito conto che avevo bisogno che mi richiedesse specificamente per allontanare il rischio di essere scartato. Mi sarebbe piaciuto di più la centrale di Piacenza, ma avevo sentito che troppi di noi puntavano su quel posto ed io non avevo sponde. Quindi dovevo puntare subito sulla SALCI. 

L’occasione si presentò con il capo officina, Regolo, un anziano personaggio piemontese, che malgrado la praticaccia, ma senza alcun supporto tecnico…bisognava sempre approvare e non contraddire. Credo che la mia fortuna fu che quelli che vennero dopo non accettarono questo ruolo e lo infastidirono. Eseguii molti importanti disegni. 

Il secondo periodo fu a Milano al Saigarage. Questo era un grande centro di custodia e manutenzione delle auto. Automobili di lusso americane, con tanto di autoradio, di ogni tipo, dei personaggi più importanti, ministri, ambasciatori, alti prelati, di gente che per avere la macchina un giorno prima regalava un orologio d’oro, insomma, un mondo speciale e fantastico che però non mi attirava molto. Disegnai particolari di freni che ebbero un buon successo. Nella nebbiosa Milano di quella stagione, non ebbi una gran bella impressione. 

Il terzo periodo fu presso la Centrale elettrica di Piacenza. Questo era il posto più ambito per i tanti elettrotecnici e quindi per me pressoché impossibile.

Fu un’utile esperienza, di macchine straordinarie, ricordo i compressori alternativi Worthington col loro possente rumore, che poi ritrovai uguali all’ANIC, l’amicizia con i colleghi Magni, Cusi, Lo Foco, Giordano e Pomi. Quest'ultimo mandò in blocco la Centrale e venne espulso. La famiglia Zanetti, che mi ospita, è cordiale, si gioca a carte. Le passeggiate sul greto del Po sono distensive. Imparo che Magni andrà alla Montecatini ed Ottina alla SNAM. Cusi comincia a fare i turni. 

Il 23 aprile porto la fidanzata a vedere la centrale. Seguo lavori di manutenzione in fermata. Il 12 maggio finisce il bel periodo. Il 16 si ritorna a Milano e poi a Verbania. Ritrovo i colleghi e qualche altro nuovo. 

Poi seguono altre conferenze, più di carattere tecnico, interrogazioni, svaghi nei paesi vicini. Il primo Giugno finisce il corso: io sono destinato alla SALCI a Edolo e malgrado il ritorno della distonia, mai più potei godere di un così bel periodo. 


8 commenti:

  1. Sempre piacevole la lettura dei suoi ricordi di vita vissuta. E' uno splendido diario e mi ripeto interessante oltre che, non da minor conto, ben raccontato.
    Un caro saluto, Manu

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    1. Grazie Manu, lascia che usi il TU, come mi aspetto da te, sai, sono "anziano", lo puoi giudicare dalle date dei miei post. I tuoi commenti sono sempre più enfatici di quanto io meriti. Il post che seguirà a giorni, sulla tessitura confermerà le mie carenze, sia per il soggetto che per il racconto.
      Ma io meglio di così non so fare. Ancora tantissimi ringraziamenti. Tonino

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  2. Dovrebbe esserci nella vita di ognuno un periodo tanto bello da ricordare (anche più di uno non sarebbe male).
    Le persone che riescono a vivere i giorni felici con dolcezza e semplicità, sono quelle che hanno ottenuto un piccolo tesoro dalla vita.
    Chi vive i giorni felici e spensierati con la tristezza e il rimpianto di chi ha perduto qualcosa, trasforma il tesoro in un pesante macigno da caricare sulle spalle.
    Lei Tonino (o tu Tonino, non ricordo se avevamo deciso così) con questo post, mi sembra appartenere di più al primo gruppo.

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    1. Interessante, piacevole e soprattutto vera la tua considerazione, Letizia, (usiamo il TU, che dall'alto della mia età penso sia meglio). Io sono forse troppo spesso pessimista, ma quando mi capita un evento positivo lo manifesto con gioia e volentieri ne parlo e lo ricordo. Leggi però il seguito di tale periodo, nel post "Il Pantano d'Avio", dove tirava tutto un altro vento.

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  3. Buonasera Tonino.
    Sono un guardiano dell'ENEL che presta servizio presso la diga del Pantano d'Avio.
    E' bello osservare le vecchie foto del cantiere ed immaginarVi qui a costruire la diga che da da mangiare ancora adesso a tante famiglie.

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    1. Grazie per le tue parole, guardiano della diga del Pantano d'Avio. Avrai visto quanti sacrfici è costata quella Diga e ho notato il commento fatto sul Post del Corso per neodiplomati come retro della medaglia, abituato come sono a vedere gli aspetti positivi e anche quelli meno gratificanti ma più cari.
      Conservatemela bene la nostra Diga, anche per i tanti di Edolo e dintorni che forse non ci sono più. Inserirò nel Post una foto con le stelle alpine, quelle vere, che ho colto lassù, al Venerocolo, nel '55. Auguri caro amico. Tonino

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  4. Qualche anno fa è salito all'Avio un anziano signore che , raccontandomi dei suoi trascorsi alla diga del Pantano durante la costruzione,non riusciva a trattenere le lacrime: ho quindi capito un pò di più i sacrifici fatti dagli UOMINI che hanno LAVORATO qui in quegli anni.
    Quando un uomo , ormai ottantenne , piange ricordando fatti passati vuol dire che questi fatti sono stati così intensi da lasciare un segno indelebile.
    GRAZIE

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  5. Anch'io ho pianto sulla diga del Pantano d'Avio!. Vedi il Post http://ilblogditonino.blogspot.it/2012/04/la-diga-del-pantano-davio-1955-1956.html

    Quando a metà del racconto scrivevo che in ottobre da 1000 persone restavamo lassù, per tutto linverno, solo in 12, ho pianto: avevo 24 anni e non sono un piagnucoloso.

    Non sapevo di altri UOMINI che avessero pianto, ma questo conferma l'intensità di vita vissuta dei miei racconti. Quanto sarei contento di parlare ancora con qualcuno di loro!.

    Da ottantaduenne ti sono molto riconoscente per le tue parole, caro Alberto Passeri di Edolo.

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