martedì 8 luglio 2014

Le Sedie di Gelso. (ARTE POVERA)


Nel 1935 sulla via di accesso alle abitazioni di Panini, Tosatti e Storci al Campazzo di Nonantola dove io ero nato, c'era, per buona parte una lunga fila di alti gelsi, parallela alla riva al fosso che scorreva da Est ad Ovest.

Erano forse rimasti dall'antica produzione di bachi da seta, i filugelli, ora  andati in disuso.

Le more dei gelsi, alcuni bianchi ed altri rossi, erano uno dei primi frutti, dolcissimi, che maturavano e alcune piante facevano ancora da sostegno ad uno stentato tralcio di vite. Le more rosse erano le migliori, ma tingevano come l'inchiostro.

Un giorno, quando i primi frutti cominciavano a maturare, in alto sui lunghi rami esterni che sporgevano verso il fosso, fui tentato di cogliere quella primizia e riuscii a salire, col tralcio di vite e mi sporsi lungo un grosso ramo pieno di more ormai rosse.




Non sapevo che il gelso avesse un legno fragile, i frutti più maturi erano i più esterni e mi sporsi tanto che il ramo si ruppe e caddi a testa in giù. Per fortuna che c’era la sponda ripida del fosso ed il risultato fu che mi scheggiai solamente la clavicola destra, perché altrimenti ora non ci sarebbero questi racconti. Qualcuno dirà: poco male. Andai a casa molto dolorante. 

La mamma mi legò il braccio al collo con un lungo fazzoletto. A quei tempi non c’erano per questi fatti, radiografie, ospedali, medici; o si guariva o si moriva, così. Dopo circa un mese la clavicola aveva fatto”sovrosso”! E cosi rimase. 

Mi si sarebbe rotta poi del tutto in seguito cadendo sul ghiaccio andando a scuola. Quella volta si che occorse un dolorosissimo intervento con legatura metallica, ingessatura e perdita di quaranta giorni di scuola. Dopo qualche tempo dalla prima caduta tutti le piante di gelso furono cavate ed i lunghi tronchi furono utilizzati dai tre mezzadri come supporto delle botti del vino in cantina. 
    
In quei tempi nella stagione invernale nella zona giravano gruppi di montanari veneti che erano dei veri maestri d’ascia, che costruivano sedie ricavandole dai tronchi d’albero. Mio nonno e mio padre scelsero questa soluzione. Noi abitavamo allora nella casa vicino al fiume, dove c’era un ampio e lungo locale, una loggia, che fu prontamente liberata ed adibita allo scopo. 

Le quattro o cinque persone venute portarono lì tutta l’attrezzatura, la paglia di canneto ed uno dopo l’altro tutti i tronchi e cominciarono a smembrarli, con una precisione, una velocità ed una maestria incredibili. 

Io li guardavo allibito per come utilizzavano l’andamento delle fibre del legname per ottenere le inclinazioni degli schienali, l’utilizzo dei pezzi più corti per i “sciaviròò” (con la c di cicala), i chiavistelli, gli schienali, i supporti per l’impagliatura, ecc. 

La mia sedia di gelso realizzata a metà del '35.
In brevissimo tempo montagne di pezzetti, ordinati, tutti uguali, con pochissimo scarto, furono pronti per l’assemblaggio. Niente colla, niente chiodi, null’altro che il legno di Gelso, di colore bianco-giallino.  Seguì l’impagliatura, fatta da tutti con una precisione ed una velocità che mi lasciò di stucco.

Alla fine si ottennero più di ottanta sedie, bellissime, impilate, allineate, tutte incredibilmente uguali. Il pagamento di quei veri artisti fu …in sedie!. A noi ne rimasero settanta!. Ora su Internet si chiamano Sedie Arte Povera.

La nostra lunga tavola in cucina fu imbandita con tutte sedie nuove, le camere da letto pure, insomma tante sedie, magnifiche, sedie dappertutto.

Con la separazione dei nonni e degli zii ad ognuno ne toccarono molte.

Quando ho messo su famiglia a Ravenna, nel '58, ne ho conservato ancora due. Nel garage dove ho costruito i modelli dei velieri, per i quali occorreva un punto d’appoggio ho usato come incudine la testata dello schienale delle sedie.
 
Le ammaccature prodotte per quei lavori precari alla fine furono richiuse e le sedie in seguito furono riverniciate e reimpagliate.  Dove siano finite tutte le altre non lo so, ma non credo che siano uscite dall'ambiente in cui sono nate.

     Con il trasferimento nella casa attuale, nel 1980 una delle due sedie è andata distrutta. Mi è rimasta l’ultima, a caro ricordo, dopo quasi ottantanni, a fare bellamente mostra di sé.


5 commenti:

  1. I tuoi racconti sono sempre affascinanti e coinvolgenti. Mi sembra di vederti ragazzino sporgerti da quel ramo e, dico io, meno male che la clavicola te la sei solo scheggiata, altrimenti non godrei di questi racconti. Le sedie mi ricordano quelle che c'erano in casa dalla nonna in campagna. Quelle che avevamo in città (per i ricordi della mia età) erano con l'imbottitura e il rigoroso cellophane di protezione per non rovinarle !!! Ciao Tomino, buona domenica. Marilena

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    1. I miei racconti sono sempre e solo schegge della mia vita il cui ricordo è rimasto latente per molti anni e questo blog è l'occasione per rievocarle, semplicemente, senza pretese, ma con agganci e particolari che tante persone, come te Marilena, hanno vissuto e quindi questo mio revaivel, non so se si dice così, può essere di qualche utilità o piacere. Grazie quindi per il tuo graditissimo commento, come sempre. Scusa per il ritardo, ma sono un pò in ferie. Tonino

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  2. Ciao Tonino, scusami se è passato così tanto tempo.senza leggerci. A dire il vero sono passata con il telefonino edopo avere scritto un commento sul tuo post, con una manovra sbagliata è sparito tutto: questo tempo fa. Nel frattempo sono stata qualche giorno da mia mamma che da tre mesi abita a Rami. Ci sono stata per il suo centesimo compleanno :-).
    Sono stata molto tentata di fare un giretto in zona Campazzo ma poi ha prevalso in me la buona educazione di non presentarsi così all'improvviso anche se mi sarebbe tanto piaciuto salutarti se mai ti avessi incontrato e veduto nel tuo giardino!?.
    Come va?
    Spero di leggerti presto con sempre bei racconti a rivisitare la nostra storia di padani.
    Un abbraccio Nou

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  3. Ciao, Nou. Ci risentiamo ogni tanto. Ho letto del funerale della tua amica. Anch'io ultimamente ho avuto tristi momenti. Si fa presto a dire di farci coraggio. Nel mio caso si trattava di una ragazzina di 13 anni (Meningite fulminante) di Crevalcore, figlia di un mio nipote che era quasi sempre con la sorellina presso mia sorella. Avendo anch'io perso un figlio di 7 anni, nel '64, puoi capire quanto mi si riaprano le ferite, incancellabili, ad ogni nuovo evento. Ora con il Blog sono fermo. e non so se e quando scriverò ancora, perchè mi resta poco da aggiungere che sia di qualche interesse. Vedremo. Tantissimi complimenti per tutti i tuoi scritti, per quanto e come ce li racconti. Al Campazzo poi difficilente mi trovi. Sono nato là, ma vivo a Ravenna dal 1957. Continuiamo a sentirci, sperabilmente per cose più gradevoli. Tonino

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  4. È un periodo triste e con notizie che non si vorrebbero mai ricevere.
    Spero che passiamo ancora aver voglia di raccontare. Non mancano certo gli spunti nella nostra vita trascorsa e c'è da augurarsi che l'immaginazione ci porti a fantasticare sul futuro e scriverne:sarebbe una bella rivincita contro la vecchiaia!
    Ci risentiremo senza dubbio. Ciao:-)
    Nou

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