mercoledì 23 novembre 2016

La Gabbiettatrice


Durante gli inverni degli anni 1910-’50 nei paesi dell’appennino marchigiano, le donne, su commissione dei produttori di vino piemontesi e non solo, costruivano a mano, con filo di ferro zincato da 0,8-1 mm, le Gabbiette per trattenere il tappo dei vini frizzanti e dello spumante. 

Verso la metà degli anni ’50, la prima macchina, del progettista Bruno Getto, cominciò a sfornare, all’inizio al ritmo di 10 pezzi al minuto, le gabbiette, che in poco tempo raggiunsero molte centinaia di milioni di pezzi/anno in tutto il mondo e venne presentata al Salone Internazionale per l’Enologia, la macchina coperta (per Brevetto), dove da un estremo si svolgeva la matassa del filo e dall’altro uscivano le gabbiette impilate.

La gabbietta classica come tutt’ora la conosciamo, è costituita da un unico filo, che viene ripiegato in tre coduli i quali vengono attorcigliati con un occhiello finale e termina con due coduli liberi di cui uno corto e l’altro più lungo.

Quest’ultimo viene ripreso per infilarlo nei tre occhielli ed attorcigliato nelle due estremità dei coduli liberi formando un anello del diametro voluto e con un allargamento eccentrico, adatto ad essere a sua volta, nell’impiego, attorcigliato attorno al collo delle bottiglie. Può anche, all’occorrenza, essere dotato di un coperchietto di latta, imbrigliato alla sommità e fissato con uno stampo, con incisi i dati del produttore dei vini e costruito, per abbellimento con fili variamente colorati.

A un mio collega, dell’Ufficio tecnico, originario della zona dove veniva svolto l’ingrato compito di fare a mano le gabbiette, venne l’idea di ricalcare le orme di Getto, che insieme cercammo di mettere in opera, con il proposito di giungere ad un altro tipo di gabbietta. Nel frattempo erano sorti anche altri tipi di gabbiette più semplici, ma anche meno pregiate o sicure, ma la nostra intenzione era l’opposto, cioè di arrivare ad un prodotto più bello, più sicuro, brevettabile e sfruttabile. L’impresa si presentò molto difficile.



Il 27/11/69 si gettano le basi per provare un programma preliminare, disponendo del suo garage, della mia esperienza alla Necchi (un suo precedente tentativo si era infranto nel tentativo di infilare gli occhielli), allestendo una rudimentale officina, e cominciando una serie di disegni preliminari di entrambi e tanta ottimistica energia, alla ricerca, presso i rottamatori di cuscinetti, di un trapano, di un tornio dell’800 e tutta una serie di pezzettini di ex aerei ritenuti utili e tante sudate serali e festive di lavoro manuale di entrambi.

Il lavoro in comune si protrasse a lungo, ma i risultati furono sempre più deludenti, con il rifacimento da capo, diverse volte di varianti e riprove, scartate le idee di ingranaggi costosi ed incerti, con modifiche di pinze che esprimevano una scarsissima affidabilità e che in generale portavano al solo risultato di arrivare a dei prototipi tesi solo a dimostrarne la validità una volta alzata la tecnologia che la nostra finanza in quella fase non permetteva.

Si arrivò a gestire la strumentazione con comandi pneumatici, microinterruttori e tantissimi rinvii di leve, di boccole, di aste e qualche cilindro pneumatico pilotati da camme, ma l’affidabilità, anche solo in questa prima fase era scarsissima. Decine e decine di disegni di particolari, non portarono a risultati significativi e l’entusiasmo cominciò a vacillare, specie da parte del mio socio, fino a decretarne la fine dell’esperienza il 07/10/1971.

Un minimo di affidabilità del primo stadio era stato ottenuto, con la costruzione del ragno, pur essendoci molte cose da rivedere, ma l’ostacolo invalicabile fu l’infilatura degli occhielli e lo scoraggiamento subentrò fino all’abbandono sopracitato.

Ma non mi diedi per vinto. Dopo poco, approfittando della disponibilità di un locale presso due anziani conoscenti, dove si poteva far rumore anche di sera, ripresi da solo l’iniziativa, mi dotai di attrezzature un po’ migliori, acquistai un tornio, una saldatrice, un compressore, un piccolo trapano a colonna e soprattutto ridisegnai il progetto, migliorando il precedente ed in particolare gettai le basi per l’infilatura, dell’aggiunta del coperchietto, dell’attorcigliamento finale, del trasporto ed anche dell’impilaggio.

L’impegno fu strenuo e massiccio; l’impostazione del tavolo della macchina, una lamiera di 5 mm di spessore, di 1100x630x930 mm da terra, che fu tutta bucherellata di fori e che in poco tempo fu riempita di tutto il primo stadio, completo di portamatassa del filo, avanzamenti e comandi pneumatici ed elettrici. Salvo qualche completamento successivo, ai primi di Aprile 1972 tutto il primo stadio, con 15 ragni prodotti senza arresti, era finito.

Come prototipo poteva bastare. Occorreva solo una miglior tecnologia costruttiva.
Il secondo stadio fu molto più complesso, per il moltiplicarsi di sequenze, di comandi di apparati, di controlli, ed alla fine la messa a punto dello schema, con 32 cilindri pneumatici, 17 camme di comando, 5 riduttori, 3 motori elettrici, 45 comandi pneumatici, e una grande quantità di comandi elettrici, finecorsa,  tutto complesso, con 10-15 pezzi portati all’impilaggio senza interruzioni, il 21 Giugno 1973 l’intero prototipo poteva dirsi concluso.

Ero arrivato quasi al punto di Getto prima del  1955 !. Ma serviva a ben poco. Solo all’esperienza e a superare le difficoltà nel guidare il filo. La “G1” rimase a quel punto.             

Nel mese di Settembre cominciò la “G2” . L’obbiettivo era quello di arrivare alla produzione di un nuovo tipo di gabbietta che chiamai “Chepì” per la somiglianza con il berretto francese (vedi disegni e foto a parte) e che consisteva nel partire con due fili, anziché uno, con il posizionamento del nuovo ragno su un ovale, alimentato con due sistemi simili a quelli della G1, di cui si utilizzano alcune parti già funzionanti.

La parte centrale del ragno venne ripiegata a “Z” e sulle 4 curve interne vennero a posizionarsi le pinze per formare i coduli ad occhiello. Il nuovo ragno era così terminato e poteva essere trasferito in un secondo stadio, ma i maggiori ingombri resero difficile il completamento ed il trasporto. Nel secondo stadio vennero infilati i due coduli superiori, più corti ed attorcigliati gli estremi su di un diametro adatto al posizionamento dell’eventuale coperchietto, che per questo impiego doveva essere provvisto di 3 intagli di imbrigliamento anziché quattro e quindi creando una nuova spesa nell’utilizzo di tali gabbiette.

Avvenuta questa operazione il ragno intermedio doveva essere trasportato in un terzo stadio, simile a quello della G1, ma con solo due occhielli di base, dove venivano infilati dal codulo più lungo. Da questo punto il tutto terminava come per la G1, fino all’impilaggio.

Singolarmente ogni fase venne provata separatamente più volte e le difficoltà si moltiplicano, a volte fino al limite dello scoramento, per il grande impiego di cilindri pneumatici, comandi, controlli, ampliamento del tavolo della macchina ed ipotizzai  l’introduzione di un sistema di comando elettronico (tipo PLC) al posto delle camme che permetteva un controllo più fine e regolabile dei tempi di inizio e fine delle singole fasi.
Per la quantità di ingombri in campo i vari gruppi di pinze dovevano essere disposti in modo fluttuante, in un groviglio impressionante di cilindri, collegamenti e comandi pneumatici ed elettrici, non sempre portati a termine, ma non appena verificata la funzione, lasciata a una più razionale e precisa costruzione in fase di eventuale realizzazione operativa.

I lavori si susseguirono sempre più faticosamente, ed anche con lunghi intervalli vari per vicende familiari, fino alla fine del ’74. Seguirono vari tentativi isolati di ripresa con rifacimenti e correzioni, intervallati da periodi di altri lavori e nel ’77 l’abbandono definitivo per la morte del padrone del locale.
Alla fine del 1980, predisposi un locale nella mia nuova casa, e solo a metà dell’81 rimisi mano all’argomento, con l’aggiornamento dello schema generale e la riverifica delle funzionalità delle parti più critiche, ma le forze non erano ormai più come all’inizio e mi limitai a prototipi delle sole operazioni singole. Decisi di richiederne l’attestato di brevetto.

Questo oggetto, come è stato fatto per la gabbietta normale, poteva essere sfruttato solo costruendo un certo numero di macchine e vendendo le nuove gabbiette, compreso lo stabilimento, la rete vendite e tutti gli altri aspetti ed oneri industriali, con un preventivo di investimento globale stimato allora di un miliardo di lire, che non avevo; oppure cercare di vendere il brevetto col rischio concreto di farselo plagiare.

Dopo qualche anno, senza che ci fossero sviluppi sull’argomento, né richieste di interessamento da parti di alcuno, con il solo risultato, di tante spese e fatiche, del solo appagamento della mia cocciutaggine di riuscire ad ultimare un progetto impegnativo,  abbandonai anche la fase di perfezionamento del brevetto, che sarebbe servito ormai solo in presenza di un imprenditore danaroso e da parte mia a lasciare il mio lavoro di progettista nel quale avevo profuso tutto il mio impegno, redditizio anche senza particolari capitali.
            

10 commenti:

  1. Questa si che è passione per la meccanica ! Fabio

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  2. Stavo facendo una ricerca su una macchina gabbiettatrice, e a un certo punto mi sono ritrovato nel suo blog. Ho letto con interesse tutta la storia della sua gabbiettatrice e le confesso che sono rimasto affascinato. Alcuni anni fa anche io ho lavorato a questo progetto , ho cercato di costruire una macchina gabbiettrice , ma alla fine ho dovuto abbandonarlo per la troppa complessita , e ho ripiegato su progetti meno impegnativi, ma sempre legati al settore enologico. Le faccio i miei complimenti per la tenacia e la passione che ha avuto nel portare avanti il suo progetto.

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    1. Ringrazio sentitamente per il lusinghiero commento al mio post sulla "gqbbiettatrice", sig. Nicola, da dove?) che credevo non interessasse più a nessuno ed invece ogni tanto qualcheduno c'è ancora che si è buttato in una simile impresa. Da quello che ha scritto mi consola il fatto di non essere il solo disperato che ci ha provato. All'epoca in cui l'ho fatto la tecnologia e soprattutto i costi, non mi consentivano di fare di più e meglio, ma se ci fossimo trovati in un gruppetto, magari danaroso, forse l'avremmo spuntata, ma ora (84 anni) le forze e e la perseveranza non mi permettono più simili avventure. Ancora grazie, lei non immagina quale piacere mi abbia fatto il suo commento. Tonino Tosatti -Ravenna.

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    2. Salve sig. Tonino, io sono della provincia di Napoli e ho 39 anni. Per me e' stato un piacere scriverla. Dopo anni di studio per la realizzazione della gabbiettarice , ora sto valutando l 'idea di acquistarla direttamete .
      Sto facendo una ricerca su internet per trovare qualcosa di usato. Magari se lei ha qualche informazione in merito mi potrebbe aiutare, le sarei molto grato.
      Le bobine di filo dove posso aquistarle?
      Saluti Nicola

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  3. Eccomi qui a risponderti (uso il TU sia per l'età che per l'amicizia che ci accomuna per gli stessi interessi e gradirei esere così contraccambiato).
    Per la Gabbiettatrice, una macchina molto complicata, non è in vendita, che io sappia, e tutti i tentativi, di emulazione, a livello di automazione complessiva sono falliti e quindi la ICAS resta la incontrastata regina, diamogli tutti gli onori, mentre i tentativi di parziali realizzazioni non hanno avuto molto successo.

    La tecnologia con cui l'ho costruita era quell adegli anni 50 - 60, quindi praticamente inutilizzabile.

    Il filo di ferro, in acciaio dolce, zincato da 1 mm, si trova presso tutte le ferramenta che ne vendono varie tipologie. Io ne ho ancora qualche matassa, ma ha cinquant'anni!. Le Ditte che usano questi prodotti spesso, per partite consistenti, aggiungono abbellimenti con vernici colorate e coperchietti con i loro irferimenti.

    Anche la mia progettazione, i disegni e le indicazioni, di funzionamento, andrebbe riadattata per un utilizzo di riprogetto con l'impiego di microprocessori ecc.
    Occorrerebbe una grande volontà e disponibilità di mezzi e costi non indifferenti.

    Auguri. Tonino.

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  4. Ciao, Tonino
    Ti ringrazio per la gentilezza che hai nel rispondermi e nelle informazione che mi hai dato.
    Continuero' a fare altre ricerche su internet per trovare qualche altra azienda produttrice di macchine gabbittatrice.
    In seguito magari ti aggiorno per eventuali nuove notizie .
    CIAO NICOLA

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  5. C.Ciao Nicola. Io ora ho una gabbiettatrice da vendere. Con un corredo di documentazione enorme. E' da riattivare e magari da aggiornare in alcune parti. Se ti interessa ancora vienila a vedere. Per il costo ne parliamo dopo, ma sarà molto conveniente. Tonino

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  6. Ciao Tonino, è passato tanto tempo, ma sono qui per salutarti e augurarti ogni bene, per questa'anno che sta per finire e per il prossimo. Buon 2017 e che sia un anno molto migliore di questo che se ne sta andando.
    Tanti auguri
    Nou

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  7. Ciao Tonino! È ancora disponibile la gabbiettatrice da riattivare?

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    1. Si, se interessa può scrivermi a questo indirizzo
      t.tosatti(chiocciola)virgilio.it

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