Entrare nel mondo di Tonino

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Un ringraziamento ai lettori del blog

Tonino non è più con noi, ma questo blog conserva ancora molte cose di lui: i suoi interessi, le sue curiosità e il suo modo di guardare il mondo.
Queste pagine restano come una piccola traccia viva del suo passaggio.
Grazie di cuore a tutti quelli che lo hanno letto, commentato o che lo leggeranno in futuro.

martedì 27 marzo 2012

Studiare negli anni '40-'50 (seconda parte) - Il costo del diploma


Giunto alla fine degli studi con la media del sette, primo nelle classi, unico sette in italiano scritto, ero stato scelto dagli insegnanti tecnici per dimostrare alla Commissione Esterna, i programmi svolti.
Ma nell' ultimo anno di scuola, a causa anche del forte affaticamento la distonia di cui già soffrivo si aggravò, mettendo in serio pericolo l’esame di stato.

Successero due fatti a compromettere un po' la situazione.

1) Esame orale di  italiano: mi si chiese di commentare una poesia, credo di Alfieri, che esaudii, la conoscevo bene; alla fine mi domandò di chi era. Ebbi un attimo di sconcerto: non lo sapevo più. La prof. si adirò molto per la stranezza, e ciò mi sconvolse. Mi chiese di commentare una seconda poesia: identica scena. La reazione fu durissima. Non riuscii più ad aprir bocca. Non avrei più saputo neanche il nome di Garibaldi. Risultato: quattro.
Dall’altro lato della cattedra mi attendeva la stimatissima Avv. Finzi-Miotti per l’esame di Diritto che mi aveva ammesso all’esame con l’unico sette. Per aiutarmi, ed anche per non fare lei una brutta figura, mi strappò con gran fatica, il minimo per salvarmi: sei.  

2) Disegno tecnico: io, modestamente, mi ritengo bravo in disegno e mi piace pure, lo dimostra anche il fatto che, fino a tutt’oggi, ho svolto tantissima parte della mia attività di progettista meccanico disegnando prima a mano poi a computer impegnativi progetti, per ANIC, per HERA, per Marcegaglia, Rivoira e molti altri, sempre con lusinghieri successi.

Anno 1952. A casa, senza corrente elettrica per disegnare, le sere e le notti, mi ero costruito un tavolo con un foglio di “faesite”, che ho ancora, su di una traballante base di legno, con la tecnologia che avevo, cioè un’accetta, una sega, martello e chiodi, un po’ di colla fatta con la farina di grano, una lima, bastoni di pioppo, quattro listelli e poco più.
La luce era una fumosa lampada a petrolio che tenevo in un angolo del tavolo messo in orizzontale, in un equilibrio un po’ instabile. Dovevo disegnare i particolari di un riduttore su di un foglio molto grande (A0). Nel disegno a mano, con le cancellature, con il grado di pulizia dell’ambiente e dei vestiti, la grafite della matita, nella soffitta che fungeva anche da camera da letto, oltre che da granaio per il frumento, era inevitabile che il foglio si sporcasse.
Alla fine, una notte, dopo due mesi di duro lavoro notturno, il disegno era pronto per presentarlo all’insegnante. Nel pulire il foglio dai residui di gomma dalle cancellature, con la mano presi contro la lampada. Il foglio, in un angolo, si macchiò di petrolio per dieci-quindici centimetri. Feci di tutto per asciugare e ripulire, ma restò un alone molto visibile.
Arrotolato il disegno, la mattina dopo lo portai all’insegnante. Quando lo aprii egli vide la macchia. Con la matita rossa tracciò una gran croce su tutto il disegno: “non si presenta un disegno così ad un insegnante !”, disse. Non riuscii a replicare che il fatto era dovuto “anche” alla mia situazione e quindi non reagii e rifeci tutto il disegno, tante notti fino alle tre, per arrivare ad un misero sei, quell’anno, ma anche il successivo risentì di tale circostanza.

Era il sette Luglio del 1953. Esame di disegno. Commissione esterna e l’insegnante di cui sopra. Un caldo infernale, otto ore ininterrotte per l’esame. Ciascuno di noi aveva portato una bottiglia di acqua minerale, gassata. Nel fissare il foglio al tavolo da disegno, con un piede presi contro la bottiglia, che scoppiò con gran fragore. La Distonia fece il resto.

Tutti corsero lì a vedere cosa era successo. Io, costernato e rosso in viso ero impietrito, mentre l’insegnante, di fronte a tutti non mancò di rimarcare il fatto che a scuola non ci si va solo per imparare a scrivere, ma soprattutto per imparare a vivere ed a comportarsi. Mi ci vollero molte ore per riprendermi, con la forza della disperazione e dopo, fino a sera, il tempo non bastò più per finire. Risultato: insufficiente.


Alla fine degli Esami di Stato la mia situazione era la seguente: con otto in Meccanica, Laboratorio macchine, Tecnologia, Organizzazione e Torneria; sette in Laboratorio Tecnico, Macchine ed Educazione fisica, sei in Diritto, quattro in Italiano e credo cinque in Disegno.


Ci volle una riunione speciale del Consiglio, con l’intervento degli altri Insegnanti Tecnici in particolare di E. Biolcati e V. Facchini, da scriversi con la maiuscola, per portare a sei le due insufficienze e la media totale a sette, quarto in classifica, da primo che ero partito.

Debbo precisare che il primo era a pari merito con Dino Bulgarelli, il mio più caro e sfortunatissimo amico, col quale ho condiviso tutte queste vicissitudini e la miseria, a volte in ardua competizione fra di noi nello studio, ma da cui ho trovato grande conforto nei momenti di difficoltà e che ora ricordo sempre con grande rimpianto.



lunedì 26 marzo 2012

Studiare negli anni '40-'50 (prima parte) - Le fatiche dello studio


Ho già raccontato delle mie modeste radici e delle difficoltà per poter studiare, dell’aiuto dello zio Dante per convincere papà e lo zio Marino a “continuare” dopo la mia quinta elementare, conclusa nel 1942. L’accordo raggiunto in famiglia nel Settembre ’45 prevedeva che al primo rinvio scolastico (ad Ottobre), lo studio per me sarebbe finito.
I primi tre anni furono un po’ facilitati essendo io più “anziano” rispetto ad altri che non avevano perduto i tre anni di guerra. Il viaggio, di circa 15 Km, mattina e sera era con la bicicletta della mamma, un vecchio ronzino, unico regalo di nozze, il pranzo, consueto, una sportina con una pagnotta, un uovo fritto, freddo, un po’ di “savor”, una specie di marmellata, ottenuta con uva, mele e barbabietole, ed una bottiglietta di vino; tutta roba fatta esclusivamente in casa.

I borghesi, oggi diremmo “i fighetti”, dicevano che la sportina serviva per metterci i quattro (i voti), ma le pagelle dimostravano che i quattro, che erano tanti, quasi mai erano nelle sportine. Il luogo del pranzo erano le gradinate all’aperto dell’ippodromo, perché nei bar occorreva spendere o giocare a “boccette” e chi non “consumava”, non era ammesso.
Gli inverni erano durissimi, bagnarsi voleva dire rimanere così fino a sera e le lezioni erano quasi sempre di otto ore, oltre al sabato di quattro, cioè dalle sette alle diciannove, dal lunedì al venerdì, più il sabato. Il ritorno quindi, quattro ore dopo il tramonto, era tremendo, specie per gli ultimi cinque o sei chilometri di strada fangosa e di “carreggiata”.

Io mi sentivo in debito con la famiglia e facevo di tutto per meritarmi il premio dello studio. Per questo non di rado, al mattino e alla sera c’era una mucca da mungere (a mano), da portare il latte al caseificio…e anche da studiare, ma era soprattutto in estate, fino al 15 Ottobre che il lavoro nei campi era intensissimo. Il 15 Giugno smettevo il cravattino, i vestiti “buoni” e via, come diceva un vecchio insegnante, a qualcuno sfigato: ”Alla vanga !”.
I primi giorni, a piedi scalzi e a mani nude erano devastanti: vesciche, scottature del sole, piaghe di forature, Ma ero contento lo stesso, per i voti ottenuti, sempre lusinghieri. Alla Scuola di Avviamento dell’Istituto F. Corni di Modena, eravamo partiti, in circa 400. Qualcheduno si era perso per strada; alla fine del terzo anno, giunto primo, avevo avuto il premio di 4000 £. Presi  l’orologio, un lusso. Fu il lasciapassare per la continuazione.

La scelta della specialità, fra le tre disponibili, Meccanica, Elettrotecnica e Radiotecnica, fu condizionata. Avrei preferito quest’ultima, come dimostra il successivo interesse per l’Elettronica ed i Computer, che perdurano tutt’ora, ma era necessario trovare un “Impiego” e le maggiori probabilità, allora a Modena  erano solo per la Meccanica.


Occorreva moltiplicare gli sforzi. L’applicazione mentale intensiva portava ad un deperimento anche fisico, che nell’estate veniva parzialmente compensato con un certo rinvigorimento per il pesantissimo lavoro manuale, ma che nell’insieme diedero luogo a un grave inconveniente che i medici chiamarono “Distonia”.

Era una specie di angoscia che inconsciamente mi procurava un improvviso vomito per qualsiasi occasione di ansia o di paura. La cura era pertanto “Immaginaria”, Ceflamin, a base di acido glutammico che qualche effetto produceva, ma solo perché il Dott. Palmieri mi aveva convinto che questa mi avrebbe risolto il preoccupante problema.

Ma nell' ultimo anno di scuola, a causa anche del forte affaticamento la distonia di cui già soffrivo si aggravò, mettendo in serio pericolo l’esame di stato.

Tra diario e hobby si ritrova un’Italia scomparsa

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