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Un ringraziamento ai lettori del blog

Tonino non è più con noi, ma questo blog conserva ancora molte cose di lui: i suoi interessi, le sue curiosità e il suo modo di guardare il mondo.
Queste pagine restano come una piccola traccia viva del suo passaggio.
Grazie di cuore a tutti quelli che lo hanno letto, commentato o che lo leggeranno in futuro.

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sabato 12 gennaio 2019

Base di Progetto (Impiantistica Industriale)



La Base di progetto è quella fase, normalmente gestita dalla Direzione Generale, con l’assistenza degli specialisti per l’attività prevista, che, in seguito a ricerche di mercato, disponibilità, condizioni oggettive di mercato, di mano d’opera, di materie prime, di concorrenza, ecc., definisce, con preventivi di Budget, per ogni aspetto dell’iniziativa, l’opportunità di intraprendere l’investimento.
Fanno parte di questo lavoro, la definizione dei tempi necessari per ciascuna fase e ciascuna attività ed i costi relativi, tenuto conto di oneri finanziari e variabilità prezzi per tutto il tempo di progettazione, di costruzione, fino all’avviamento ed i tempi di ammortamento necessari.

venerdì 6 gennaio 2017

La progettazione per impianti industriali




Come accennato in IMPIANTI INDUSTRIALI: GESTIONE DEI PROGETTI la costruzione di un Impianto Industriale, che si tratti di cosa modesta o di opere complesse, nel campo della meccanica, della chimica, dell’ambiente, o di qualsiasi altra categoria, necessita sempre di un’ Organizzazione la cui articolazione sarà tanto più complessa e specifica quanto più i lavori previsti siano onerosi ed inseriti in altri complessi industriali e quanto più coinvolgano diverse specialità ed entità esterne o collaterali.

martedì 25 ottobre 2016

IMPIANTI INDUSTRIALI: Gestione dei Progetti


La realizzazione di una iniziativa industriale, un ampliamento, una nuova costruzione, un impianto o un intervento di una certa entità economica di tipo meccanica, chimica, elettrica, ecc., si può suddividere nelle seguenti fasi principali:

c) Progettazione di dettaglio

APPROVVIGIONAMENTI ED ACQUISTI
d) Approvvigionamenti

REALIZZAZIONE IMPIANTO
e) Costruzioni e montaggi

MESSA IN ESERCIZIO
f) Completamento ed avviamento.

martedì 28 ottobre 2014

IL POLIFUNZIONALE

     All’inizio degli anni ’80, nello Stabilimento Petrolchimico di Ravenna, sorsero alcune iniziative riguardanti la ricerca di nuovi prodotti di chimica fine ed altre sostanze che sul  mercato lasciavano intravedere buone prospettive e per diversificare le produzioni in campi diversi dai prodotti base che inizialmente avevano caratterizzato lo Stabilimento con la produzione di gomma sintetica,  concimi e successivamente di derivati vinilici come il PVC. 

     L’interesse verso prodotti sofisticati per la produzione di lenti a contatto ed altri prodotti di ottica, determinò una corsa frenetica per giungere primi alla domanda del mercato e portò l’ENI alla costruzione di un primo impianto per la messa a punto delle tecnologie e l’affinamento di prodotti, con impianti pilota per completarne la ricerca. 

     Nell’isola 5 venne costruito un primo grande fabbricato di sette campate di quattro piani, completamente dedicato a tale attività, con due campate di apparecchi ed attrezzature del tipo pilota, destinati alla ricerca e gli altri per la produzione in semiscala o comunque di affinamento delle tecnologia per centrare meglio i conseguenti impianti di produzione. 

    Io ero stato nominato Capo Commessa per realizzare questa iniziativa in sostituzione di un collega che aveva lasciato l’incarico per altre mansioni, ma anche per le difficoltà nell’avanzamento del lavoro, dovute al mutare delle basi di progetto da parte dei responsabili dei processi chimici. Tali aspetti seguirono fortemente anche con me e le variazioni furono tantissime, con i relativi aumenti di costi e di tempi per l’azzeramento di quanto superato.




domenica 8 giugno 2014

MARCEGAGLIA S.p.A.

 Nel 1998 iniziai la mia collaborazione con la Marcegaglia S.p.a. per la progettazione meccanica delle reti di tutti i servizi per i nuovi impianti, in via di realizzazione, nella zona fra la Via Baiona ed il Canale Corsini, a Nord dell’Anic. 

   L’inizio di questa attività segnò per me il passaggio dalla Petrolchimica all’Acciaieria, pur restando nelle stesse tipologie di lavori, ossia tubazioni, serbatoi, pompe, apparecchiature varie ed in particolare di macchinari molto grandi e spesso e complessi.

      Le varie attività dell'acciaieria erano svolte dentro capannoni lunghi anche oltre cento metri e rimasi colpito dalla loro imponenza. 
     Il mio operato in Marcegaglia durò per oltre cinque anni, durante i quali furono realizzate importanti opere, sempre con buoni risultati, con una quantità di lavoro incredibile, che riassumo nei seguenti lavori principali.
  
    Tutta la distribuzione della rete dell’acqua di raffreddamento, dalle torri a tutte le utenze e ritorno (linee interrate ed aeree anche di 2 mt. di diametro), in una maglia complicatissima di utenze, di derivazioni, di by-pass, in lunghe file di tubi appaiati, a volte di collettori di notevole diametro da sostenere con mensole a sbalzo sui grandi pilastri dei capannoni. 
     Il progetto e la distribuzione dei fluidi principali in un grande cunicolo trasversale agli impianti con tutte le uscite e ritorni valvolati, per ciascuno dei reparti che venivano attraversati. Le Reti complete di andata e ritorno, di tutti i seguenti fluidi: 
       Rete antincendio, rete vapore, rete condensa, acqua industriale, reflui oleosi, acido cloridrico, aria compressa, azoto, idrogeno, acqua demineralizzata, metano, olio da taglio, ed altre. 

     Inoltre all'epoca furono sviluppati i progetti per gli impianti di recupero e stoccaggio dell’acido cloridrico, acqua demineralizzata, torri di raffreddamento trattamento acque di scarico, deposito olio, distribuzione e rilancio acque dal serbatoio di accumulo, collegamenti per l’alimentazione di Azoto ed Idrogeno, due nuove caldaie per vapore, ampliamento e modifiche varie del deposito, stoccaggio e rigenerazione dell’acido cloridrico per le linee dei decapaggi, pompe e serbatoi e ventilatori compresi, sistema di aspirazione dei vapori acidi, modifiche varie all’impianto di rigenerazione dell’acido, ecc. 

     I nuovi impianti asserviti furono: il decapaggio 1 e 2, la zincatura 1 e 2, la Trafilatura, la Verniciatura, la Ricottura, le nuove caldaie, oltre a modifiche varie sull’esistente. Di tutte le reti, dai disegni parziali degli allacciamenti di ciascun fluido, furono, alla fine, eseguite le planimetrie isometriche complessive, per avere sottomano tutte le utenze asservite e tutte le intercettazioni per i necessari interventi, in caso di manutenzioni o di emergenze. 

     Le reti furono dotate di supporti e dilatatori per le relative escursioni termiche previste, per il vapore e della condensa Furono coibentate. Altre linee calde furono protette contro scottature per le parti accessibili al personale di esercizio.

      Gli Standards dei materiali furono concordati ed unificati secondo normative esistenti anche in altre industrie per la futura reperibilità sul mercato per i futuri interventi e per le manutenzioni. 

     Lo spessore delle tubazioni seguì parallelamente adottando valori unificati in base alle temperature ed alle pressioni secondo apposite Specifiche di linea concordate e adeguando in seguito gli STD alle variazioni di mercato e di unificazione. 

   Per ciascuno dei lavori eseguiti vennero sempre elaborati dettagliati disegni di montaggio dai quali si potevano ricavare i disegni isometrici comprensivi dell’elenco dei materiali da acquistare.

      Nel Giugno 2004, con l’ormai avvenuto completamento della costruzione dei nuovi impianti, portò alla conclusione del mio lavoro in Maecegaglia.  Tutto questo periodo, di intensissimo lavoro, si svolse in uno stretto rapporto di collaborazione e di impegno, con importanti e positivi risultati ottenuti nei ristretti tempi necessari ai vari impianti che man mano che si appressavano alla loro messa in esercizio. 


giovedì 20 marzo 2014

La NECCHI

Negli anni '50, la Necchi S.pA. richiedeva, all’ITIS F. Corni di Modena i nominativi dei migliori diplomati da assumere per lo Stabilimento di Pavia ed anch’io fui chiamato verso la fine del ‘53. L’esame per l’assunzione consisteva in una serie di prove psicotecniche, in applicazione di sistemi di valutazione made in USA, tendenti a verificare la prontezza dei riflessi, la capacità di ragionamento, le analogie, ed altri valori che sommati ai risultati scolastici formulavano le scelte ottimali. Per ragioni difficilmente valutabili, a volte anche per momenti di minore o maggiore necessità di assumere personale, il risultato dell'esame che io credevo discreto, fu negativo. La frase convenzionale era ..La terremo in considerazione per eventuali future necessità, …. Ma intanto scampa cavallo. 

Nel 1956, dal Pantano d’Avio,, dove ero con la SALCI, per la costruzione di una diga, come già raccontato nel relativo capitolo, quale capo del reparto Frantumazione, con la 2° categoria, con la mia grande necessità di uscire da quella situazione di disagio, temendo un presunto controllo della posta in arrivo, ero ricorso al mio amico G. Panini, allora a Milano, come intermediario nelle risposte alle mie ricerche di lavoro.

Il sistema funzionava così: le risposte alle mie richieste venivano inviate a lui a Milano che valutava le probabilità di accoglimento nel qual caso mi inviava un telegramma con la richiesta di venire a casa per gravi problemi familiari, nel giorno X. Così fu per la nuova richiesta alla Necchi.

Non ricordo quale parente dovesse essere in fin di vita, fatto sta che il 02/07/1956 rifeci l’esame psicotecnico, ma stavolta avevo allegato un curriculum più sostanzioso. Ricordo ancora un importante particolare di quell’esame: le “Macchie”.

Questo test consisteva nel presentare una macchia su di un foglio, ricavata schiacciando un poco d’inchiostro fra due fogli. Ne risultava una macchia che poteva assomigliare ad una farfalla, o un uovo sbattuto fortemente in terra, o a nulla. Si doveva dire che cosa rappresentava!.

Quella che mi diedero proprio non sapevo a cosa assomigliarla. Ci pensai appena un momento e poi dissi decisamente: è la testa di un cane. L’esaminatore, Negrini mi pare che si chiamasse, sgranò gli occhi e mi chiese di dire da cosa lo avessi dedotto. Ecco, dissi, questo è il muso, questi gli orecchi visti di fianco, questo è l’occhio, ecc.

L’esaminatore chiamò alcuni suoi colleghi e davanti a loro mi fece ripetere la mia risposta. Risultato: dopo cinque giorni ero assunto. Non ho mai saputo cosa avesse destato tanto interesse, evidentemente ci avevo preso, ma secondo me si trattava solo di una fortuita combinazione.

Anche dopo diverso tempo, quando con l’esaminatore eravamo diventati molto amici, non mi ha mai svelato l’arcano mistero ed è rimasta solo la serietà professionale!. Ero stato assunto di terza categoria, dalla seconda che avevo alla SALCI, ma con lo stesso stipendio e con la promessa del passaggio alla seconda dopo sei mesi. Qui la vita era completamente diversa.

In grembiule bianco, ambiente pulito, ad esclusione del reparto fonderia, dove si producevano i mozzi delle ruote della 600 della FIAT, orario perfetto di otto ore, insomma, era tutto un altro mondo, quello che avevo sempre desiderato.

Nella prima settimana era di rigore un breve corso di cucitura, poi fui assegnato al controllo schede ricambi ed analisi dei consumi irregolari degli utensili delle macchine automatiche. Per il consumo delle mole, per la smerigliatura dei getti dalla fonderia, si usava allora il lavoro a cottimo.

Qui c'erano degli energumeni in mezzo a un gran polverone, che in pochissime passate consumavano un’intera mola, il cui segreto era gelosamente nascosto, fu difficile da individuare, anche con l’impiego del Sistema Analisi Tempi e Metodi, di sgradevole impatto perché tendente ad unificare al ribasso i tempi di tutti gli addetti a quelli del migliore.

Uno dei particolari che ricordo fu per le fresatrici che spianavano la base inferiore della macchina da cucire, allora in ghisa, che rompevano spesso la fresa, allora del costo di 300.000 £, per distacco dei denti riportati in materiale speciale.

L’attenta osservazione permise di identificare momenti di scricchiolii: si trattava di vibrazioni prodotte dal sistema che entrava in risonanza: fu risolto semplicemente aumentando la velocità, che spostò il valore della frequenza di risonanza critica. Era l’esempio del reggimento di soldati che faceva crollare il ponte quando la frequenza del passo di marcia si avvicinava a quella critica della struttura del ponte.

Tutto si svolgeva regolarmente. Spesso facevo qualche ora in più per scontarle al sabato mattina, che mi permetteva di ritornare a casa a Modena ora, al venerdi sera.

Ero andato ad abitare a S. Martino Siccomario, presso un mio amico di Nonantola, Enzo Zoboli, che abitava là con la famiglia ed i cugini, coi quali si andava a giocare a bocce. La zona era molto nebbiosa. In seguito trovai una camera a Pavia, presso un anziana signora, il chè mi permise di iscrivermi a Radio Elettra per il corso di Radio, che avevo molto desiderato al Pantano, invogliato dal mio collega Capi, di Novellara. 

In quel periodo dalla Necchi diversi tecnici uscivano per confluire nella OLIVETTI di Ivrea, dove le nuove tecnologie assorbivano gente specializzata, in genere diplomata, ma non solo e quindi in Fabbrica c’era un certo fermento, ricordo di Roncaglia, Selmi, Rubbiani, Collina e in forse anche Zoboli. Io non ero interessato a questo ulteriore spostamento.

A fine anno, ritenendo ormai stabile la mia situazione occupazionale, con la fidanzata mettemmo in progetto di avere un bambino; tutto il resto era molto tranquillo, quando il 23/01/1957 ricevetti una lettera di convocazione dall’ANIC, una Ditta dell’AGIP, che mi chiamava per Ravenna.

Macchina da cucire Necchi, del 1957
Qui terminò il mio impegno alla Necchi, per la grande differenza di stipendio, ma che lasciai con un certo rammarico, anche perché il Dott. Volta, il mio capo, al quale presentai le mie dimissioni, mi mostrò la lettera già pronta del mio passaggio promesso dalla terza alla seconda Categoria.

La macchina da cucire qui a lato, che abbiamo ancora, perfettamente funzionante, fu il graditissimo omaggio, con grande sconto, della Necchi per il nostro matrimonio, che avvenne il 28/04/1957.      



venerdì 28 febbraio 2014

Il Benzinaio

   
Verso il 1950, le iniziative agricole di mio padre non bastarono più a mantenere la numerosa famiglia, nel periodo in cui cominciava tutt’attorno una rinascita febbrile di attività più redditizie, anche lui cominciò a guardarsi attorno, per trovare prospettive e possibilità di nuove attività più redditizie.
      In campagna cresceva l’interesse verso un inizio di motorizzazione nei lavori agricoli, dopo gli animali da tiro e con carenza di danaro per costose macchine, il primo passo fu di adattare a modestissimi trattori una grande quantità di camion e mezzi militari accatastati in tanti enormi parchi di rottamazione. 

      Si trattava in genere di precari ripieghi, con gruppi di traino, di ruote adattate a girare su terreni arati e bagnati, con grandi fatiche con l’impiego di cose che non costavano quasi nulla, con saldature fatte da inesperti che davano enormi problemi e risultati modestissimi. 
   
Questi, rudimentali ed inaffidabili trattori, le carioca, non ebbero vita facile, ma molto meglio dei buoi ed altri animali. Nasceva in parallelo, per necessità di costruzione di case, di abitazioni, di trasporti di merci, ecc. tutta una serie di mezzi che utilizzavano nafta e benzina. La scoperta sul suolo e nei mari italiani di consistenti giacimenti metaniferi diedero inizio allo sviluppo dell’uso del metano in bombole al posto delle carissime benzine. 

    A questo settore mio padre rivolse lo sguardo e cominciò a contattare persone, trasportatori, punti possibili di distribuzione ed a cercare di imbastire un’attività di rivendita delle bombole per uso trazione. L'impresa fu ardua, per l’ottenimento dei permessi e delle modalità di esercizio e di sicurezza, per quanto allora fossero ridicole rispetto a quelle che poi in seguito sarebbero diventate.

I tempi per avere una licenza erano enormi, gli ingorghi machiavellici, le attese così estenuanti che solo la perseveranza di mio padre poteva affrontare. Alla fine gli ostacoli furono superati ed il primo distributore costituito da un minuscolo stanzino, il casotto, due scomparti separati da una parete in cemento armato per separare le bombole piene da quelle vuote, lo spazio per entrare ed uscire per i camion, qualche chiave, un tavolino ed una sedia per scrivere le ricevute e nulla più.

     Il primo posto lo aveva trovato a Modena e fece da scuola per capire cosa e come fare, per attirare i clienti e specie per movimentare le bombole (52 Kg, da muovere tutte 4 volte al giorno: scarico dal fornitore, togliere il vuoto dal cliente, montare il pieno e ricarico del vuoto al fornitore). Poi nel frattempo le bombole dovevano essere accatastate nel rispettivi scomparti !. 

     Inoltre occorreva diffondere l’uso del metano, farsi conoscere, attirarsi le simpatie, specialmente dei camionisti che avevano una propria particolare peculiarità, nel modo di fare, di parlare, insomma si trattava di entrare in quel mondo, condividendone lo spirito, a volte sopportandone gli eccessi, le parolacce, il modo rude, ma aperto, gioviale e allegro, anche nelle difficoltà, tipico degli emiliani. 

     Dopo poco tempo  papà capì che occorreva trovare un posto più confacente a tale attività, piuttosto rumorosa, per lo sbattere metallico delle bombole, per lo spazio necessario, più sulla rotta di passaggio del traffico interessato, fuori città, vicino ad altri servizi necessari o graditi agli utenti, come i bar, i posti telefonici, allora carenti, ecc. E lo trovò, sulla Via Emilia, a Rubiera fra Modena e Reggio E. 

     Qui il movimento si allargò arrivando ad una vendita da 15 a 20 bombole giornaliere. Un terzo cambiamento avvenne poco dopo, per adeguare meglio il tutto alle normative, allargare il giro ed essere più vicino alla nostra abitazione a Nonantola, trovando un posto lungo la Vignolese, precisamente dove ora si trova l’Università.

Alla fine del 1953 io avevo finito gli studi, mio fratello avrebbe avuto meno difficoltà nel proseguire, il commercio si era fatto imponente, mio zio Mario, il più giovane, del 1920, dopo molti anni di trattorista (trattori, non trattorie), era confluito nell’attività e con l’apporto anche mio, degli zii e dei cugini del Campazzo, costruimmo il casotto, l’Ufficio in muratura, le pareti divisorie, ecc., preparando di fatto la divisione in due della famiglia contadina di origine.

     Il 18/11/1954 questo avvenne e mio padre con la mamma, mia sorella, mio fratello oltre a me che ormai ero occupato fuori Modena, si stabilirono in Via Campi, quasi di fronte al Distributore, così allora si chiamò.  Quando mi sposai, nel ’57, la nostra abitazione era in Via Campi, 330. Essendo ancora le nostre condizioni economiche non tanto floride, sia per la provenienza che per le spese sostenute e le ripartizioni con gli zii, il mio viaggio di nozze fu rinviato a tempi migliori, anzi, proprio non fu mai fatto. 

     Nel tempo libero invece feci l’Album delle fotografie, mie, della famiglia, dei parenti, del Pantano d’Avio utilizzando le pagine di vecchi Albun di dischi, con un grande foro in mezzo, ad aiutare un po’ nel distributore e raccogliere quel po’ che non era andato perduto dei miei ricordi durante il trasloco. Poco tempo dopo la zona divenne l’area dell'entrata della nuova Università, zona ca cui bisognava  sloggiare. 

     Mio padre ed il fratello Mario decisero allora di acquistare una grande area, di 2000 mq, più avanti, sulla Vignolese, allora alla periferia della città, poco prima dell’incrocio con la circonvallazione. Qui il grande debito, per l’acquisto, tutto il riempimento per alzare il suolo da pavimentare di un metro, le opere murarie, di scolo, recinzioni, ecc. fu lungo ad essere assorbito.

     Ricordo ancora quante volte in quegli anni andavo da Ravenna a Modena per portare il gruzzoletto che mi restava per chiudere quanto prima il debito, che poi papà mi restituì, generosamente, con il successo dell’iniziativa ed anche per le condizioni più favorevoli maturate.
     Con il tempo, la vendita del metano si completò in stazione di servizio per prodotti petroliferi privata (Super Benz), in cui confluirono i cugini Renzo e Loris, nonché lo zio Marino, nell’ambito della Ditta dei Fratelli Tosatti e solo ultimamente si addivenne alla cessazione della vendita delle bombole, ormai al tramonto perché superate, ed al legame con una grande Ditta di prodotti petroliferi. 

     Quando papà a 74 anni, nel 1983, chiuse la sua attività, lasciando la propria parte al fratello Mario, rimase ancora per qualche tempo a seguirne l’amministrazione, la registrazione dei movimenti, le fatture, ecc. di tutta la clientela che fino ad allora aveva curato meticolosamente, come fosse la propria famiglia, ricambiando generosamente la fiducia che questi avevano fino ad allora riposto in lui. Conservo ancora alcuni degli ultimi documenti, cartelle ecc. che sono state il capolavoro della sua vita.

mercoledì 12 febbraio 2014

INGEGNERIA: UFFICIO TECNICO

     L’occasione, per continuare la mia attività in proprio, dopo il prepensionamento, si presentò puntualmente all’inizio del 1988. Andato a vuoto un possibile inserimento presso una nuova nascente attività di progettazione, collegata ad entità vicine alla Direzione ANIC, ne seguì una seconda.

      Su indicazione di miei ex capi, fui contattato da un altro intraprendente Imprenditore locale che voleva estendere la propria attività di impiantistica elettrica, in zona e dentro all’ANIC, con attività di progettazione “Chiavi in mano” poiché il mercato andava richiedendo sempre più appalti generali (di ogni specialità) anziché per i soli interventi della parte elettrica.

      Nacque così la P.Benelli Engineering Srl, già ai primi di Gennaio, in zona Bassette (RA), basata inizialmente su tre persone: Meccanica: T.Tosatti, Elettrica: G., Del Mastro e Strumenti: A. Pastore, che si avvalsero di qualcuno dei componenti del gruppo preesistente a Marina di Ravenna e di qualche altro reclutato fra disegnatori disponibili in zona. 

     I lavori iniziarono con attività già in corso e di nuova acquisizione nella stessa ANIC, in Enoxi, in Philips ed altri. Il mio impegno, anche come responsabile inizialmente del gruppo, si rivolse soprattutto all’introduzione della prima computerizzazione complessiva, di disegno, di calcolo e di scrittura iniziando la formazione della mentalità degli addetti, che si rivelò di una certa difficoltà: il mio motto fù: “Su ogni scrivania un computer!”. Un’eresia, per quei tempi.

      Contemporaneamente io continuai dall’esterno con l’attività di Capo Commessa per il revamping dei laboratori chimici CRS per conto ANIC, ma con titolarità P.B.E. ancora per un anno e mezzo ed iniziai la conversione dei disegni planimetrici degli Impianti ANIC da manuali a computerizzati.

     Questo diede molto lustro alla nostra attività. I disegni “a computer” si presentavano bene, in modo nuovo e lasciavano intravedere uno sviluppo fino ad allora impensato, anche dalla Direzione ANIC, che inizialmente si era mostrata molto scettica. Intanto l’Ufficio si andava rinforzando, man mano che crescevano le richieste di nuovi lavori. Dopo sei mesi di attività, eravamo arrivati a più di 25 addetti.

      Tra le tante cose che emersero, all’inizio del 1990, su iniziativa di GC MONTANARI e di un ex tecnico ENI, CARLIN, recentemente scomparsi, che si occupavano di ingredienti per polimeri, si concluse un contratto con una importante Ditta estera, per la fornitura della progettazione di base complessiva di un intero Impianto. 

     In qualità di Capo Commessa per tale lavoro, con il fattivo supporto di Montanari e l’intermediazione diretta e titolarità di CARLIN (Tecnoassistance Srl), svolgemmo, a computer, tutto il Progetto, che culminò con l'illustrazione e consegna nel Giugno 1991, con un viaggio (io, Miserocchi e Pastore): il grande successo ottenuto ci fu ricompensato lautamente al ritorno da Carlin con il premio di una settimana in un albergo 5 stelle a Bangkok.

     Seguirono tanti altri lavori, mentre nel gruppo si andava delineando il passaggio alla Direzione di M. Miserocchi–Arcozzi ed entravano altri elementi, fra cui l’Ing. Borghesi, l’Ing. M. Farina, ecc. Il gruppo era arrivato intanto ad oltre 50 addetti. Nel 1991 Benelli concluse un contratto di appalto con Enichem Polimeri per il revamping di un intero Impianto di un nuovo tipo di gomma, il NEOCIS all'Isola 5.

     Questo contratto, fatto su di un preventivo preliminare, quasi solo di massima, come indicativo di budget, fu un malinteso che produsse pesanti perdite. L’ENI pose un controllo pesantissimo, che ci costrinse ad una progettazione del tipo dei Grandi Impianti AGIP, mentre quella da noi intesa, cioè come quella di tutti i lavori precedenti eseguiti in ANIC, che solo come tali sarebbero stati alla nostra portata, si svolsero con un’infinità di riunioni, di moduli, di controlli, di specifiche, di disegni che non riuscimmo a contenere, a cominciare dalla Concessione Edile, fino al Completamento dei Montaggi.

     La funzione di Capo Commessa che dovetti sostenere con grandissimo stress, ma che mi fu anche ben ricompensata, che comportò l’impiego di 63.000 ore di progettazione, quasi il doppio del previsto e produsse purtroppo ingenti perdite. 

     Al termine di questo imponente lavoro, conclusosi, malgrado tutto, con esito molto positivo, essendo anche pressoché ultimata la mia funzione di avvio e crescita di quel consistente gruppo di progettazione, di cui sono orgoglioso, ed in presenza di un notevole rallentamento di nuove commesse, credendo che l’autonomia ormai raggiunta fosse sufficiente per continuarne da soli l’espansione, si giungesse, dopo oltre cinque anni dall'inizio, alla mia uscita dalla P.B.E. che avvenne il 30/04/1993. 

     L’attività della Ditta, trasferitasi poi a Mezzano, cessò e si spense dopo circa un anno e mezzo. L'unico mio cruccio di tale conclusione fu che forse gli uccellini si erano involati dal nido prima di aver messo su per bene le penne, galvanizzati dai successi precedenti, come chi troppo sale… 


giovedì 3 ottobre 2013

1954: Il Corso per Neodiplomati EDISON


Il 17/09/1954, mi ero appena licenziato dalla fornace, in attesa dell’esito del concorso nelle FF.SS o di riprendere l’insegnamento nella Colonia di Monfestino per le scuole di avviamento, quando ricevetti la richiesta di sostenere un esame per un possibile futuro impiego. 

Non vedevo l’ora !  Sostenni l’esame il 21. Ricevetti esito positivo il 07/10 e l’invito a presentarmi alla Colonia Ettore Motta di Verbania l’11/10, per la prima sessione di un Corso per Neodiplomati che la EDISON S.pA. promuoveva per 180 candidati con la prospettiva di assumerne circa 150, nelle proprie Società. 

Accettai con grande euforia. Non mi pareva vero. Dalla stradina che correva sulla riva del Lago Maggiore, di fronte all’Isola Borromeo, la salita alla Colonia era di circa 580 gradini. Una bella sgambata, per uno che aveva sempre vissuto solo nella piatta pianura emiliana.

Il gruppo era composto da 88 elettrotecnici, 40 ragionieri, 24 chimici, 14 meccanici ed il resto di geometri e radiotecnici. Il corso prevedeva un primo periodo di 20 gg di conferenze, tantissimi esami psicotecnici, colloqui informativi, molte illustrazione delle attività delle Società e tutte le informazione per una prima scelta preliminare. Qualcheduno poteva anche essere scartato. 

Questo periodo è stato il più bel momento della mia vita. Nella camerata “M”, tanti giovani, a quella età, era uno spasso.

Nei ritagli di tempo, fra una conferenza e l’altra, l’allegra comitiva dava luogo ad ogni sorta di spensierata effusione di lazzi, di barzellette, di scherzi, di risate, senza rivalità, senza gelosie, di rumorosi sberleffi, di motti dialettali, insomma, in un mondo dorato che mi lasciava esterrefatto. 

Le mie paure di un fastidioso ritorno della distonia che mi aveva colpito negli ultimi tempi dello studio che mi portava al vomito, erano improvvisamente sparite e partecipavo volentieri alle bravate innocenti, alle battute spiritose, per quanto possibile per la mia provenienza e capacità di esprimermi. 

Quasi tutti provenivano da ceti molto più alti del mio, molti erano figli o parenti di dirigenti e personaggi importanti delle Società del Gruppo, tanti sapevano già, dicevano loro, dove sarebbero andati alla fine del corso e quindi nessun timore, nessuna ragione di pericolo, nessun problema per il futuro. 

Chi leggeva, chi dormiva, chi scriveva, derideva gli amici, chi faceva scherzi e cose simili. Ricordo ancora che una volta, che ad uno che dormiva spesso russando, portammo silenziosamente altre coperte di lana sulla sua, prendendole in quattro, ciascuno per una angolo e posandole delicatamente. Già dopo le prime cominciava a sudare, tuttavia arrivammo fino a sedici, prima che scoppiassimo tutti in una gran risata svegliandolo. 

Dalla biblioteca prendevamo qualche libro da leggere. Anch’io ne presi uno, cos’avrei preso io ?
Immaginate: “I Miserabili” di Victor Hugo. Ho avuto ragione di rileggerlo, dopo, nella vita. 

Alla sera in genere scendevamo giù nei paesi di Pallanza ed Intra, dove si ballava e ci si intratteneva con le ragazze; c’erano delle fabbriche, là, dove lavoravano solo donne, la Rhodiatoce ed altre.  Noi non lo sapevamo, ma loro si che lo sapevano che noi saremmo potuto essere delle facili prede con un futuro assicurato, cioè ”il buon partito”. 

Per me non era un problema perché il buon partito lo aveva già trovato la mia fidanzata con me. La nostra corrispondenza reciproca in quel periodo fu fittissima. Spiegare a lei quel cambiamento era impossibile. 

Erano previsti successivamente tre periodi circa 60-70 gg ciascuno presso tre Ditte diverse, scelte in conformità delle attitudini di ciascuno risultanti dall’esito del primo periodo. Le scelte per me, dopo l’esito positivo di questa prima parte, furono: SAIGARAGE a Milano, SALCI a Edolo e Centrale Emilia a Piacenza. La retta mensile era di 55.000 £ (rispetto alle 15-20.000 £ della fornace !). 

Intanto dalle FF.SS era arrivata la conferma: Nella graduatoria, dal n. 1111 che avevo io (ricordo bene questo facile numero), ero arrivato 2°. Mio zio, Dallari, che aveva seguito con passione tutte le fasi del concorso e che mi teneva al corrente di ogni notizia possibile e che mi aveva sollecitato anche a lasciare l’insegnamento e la fornace, era entusiasta e mi faceva una gran reclame. Avrei dovuto presentarmi a Bologna, il primo di Novembre. Questo veniva bene perché coincideva con la fine del primo periodo e potevo anche non essere ammesso a proseguire. 

I giorni che seguirono furono un vero inferno. Il dubbio della scelta ed il martellamento di mio zio, dopo tutto quello che aveva fatto, sicuro che dopo poco tempo nelle Ferrovie avrei potuto fare un concorso interno molto facilitato per Capo Tecnico, come dal mio diploma, rispetto all’alternativa di entrare in un mondo diverso con maggiori possibilità, ma anche con maggior rischio. 

Malgrado tutto, scelsi la EDISON. Dopo 11 giorni di dipendente delle ferrovie, andai ad Edolo, presso la SALCI. Mi resi subito conto che avevo bisogno che mi richiedesse specificamente per allontanare il rischio di essere scartato. Mi sarebbe piaciuto di più la centrale di Piacenza, ma avevo sentito che troppi di noi puntavano su quel posto ed io non avevo sponde. Quindi dovevo puntare subito sulla SALCI. 

L’occasione si presentò con il capo officina, Regolo, un anziano personaggio piemontese, che malgrado la praticaccia, ma senza alcun supporto tecnico…bisognava sempre approvare e non contraddire. Credo che la mia fortuna fu che quelli che vennero dopo non accettarono questo ruolo e lo infastidirono. Eseguii molti importanti disegni. 

Il secondo periodo fu a Milano al Saigarage. Questo era un grande centro di custodia e manutenzione delle auto. Automobili di lusso americane, con tanto di autoradio, di ogni tipo, dei personaggi più importanti, ministri, ambasciatori, alti prelati, di gente che per avere la macchina un giorno prima regalava un orologio d’oro, insomma, un mondo speciale e fantastico che però non mi attirava molto. Disegnai particolari di freni che ebbero un buon successo. Nella nebbiosa Milano di quella stagione, non ebbi una gran bella impressione. 

Il terzo periodo fu presso la Centrale elettrica di Piacenza. Questo era il posto più ambito per i tanti elettrotecnici e quindi per me pressoché impossibile.

Fu un’utile esperienza, di macchine straordinarie, ricordo i compressori alternativi Worthington col loro possente rumore, che poi ritrovai uguali all’ANIC, l’amicizia con i colleghi Magni, Cusi, Lo Foco, Giordano e Pomi. Quest'ultimo mandò in blocco la Centrale e venne espulso. La famiglia Zanetti, che mi ospita, è cordiale, si gioca a carte. Le passeggiate sul greto del Po sono distensive. Imparo che Magni andrà alla Montecatini ed Ottina alla SNAM. Cusi comincia a fare i turni. 

Il 23 aprile porto la fidanzata a vedere la centrale. Seguo lavori di manutenzione in fermata. Il 12 maggio finisce il bel periodo. Il 16 si ritorna a Milano e poi a Verbania. Ritrovo i colleghi e qualche altro nuovo. 

Poi seguono altre conferenze, più di carattere tecnico, interrogazioni, svaghi nei paesi vicini. Il primo Giugno finisce il corso: io sono destinato alla SALCI a Edolo e malgrado il ritorno della distonia, mai più potei godere di un così bel periodo. 


lunedì 16 settembre 2013

La funzione di Capo Commessa: la mia esperienza dal 1970 al 2001

Ho svolto la funzione di Capo Commessa per oltre trentanni ed è stato un lavoro molto gratificante, a volte difficile ed importante, che, in misura ridotta, continuo a svolgere tutt'oggi con le funzioni solo di progettista meccanico.

La funzione di Capo Commessa, attualmente Project Manager (PM, da non confondere con "Pubblico Ministero"!) si riferisce alla Direzione e Coordinamento dei lavori di un progetto per la realizzazione di un'iniziativa industriale

I progetti da realizzare possono riguardare lavori molto diversi tra loro come iniziative relative a nuovi impianti oppure aggiornamenti dell'esistente come l'ammodernamento di una vecchia attività industriale  (Revamping), quali potrebbero essere lo svecchiamento di uno zuccherificio, l’installazione di un parco serbatoi, un nuovo ciclo frigorifero, un impianto per la produzione di Azoto liquido o più semplicemente l’automazione di una parte di un vecchio gruppo per la confezione di biscotti.

Normalmente si tratta di lavori di una certa dimensione e complessità, dove occorrono Schemi, Disegni, Pratiche di Legge, Calcoli anche complessi, dettagli di particolari rispondenti a normative di Sicurezza con l’impiego di Standardizzazioni secondo le direttive dell’Impresa Committente, delle Normative Comunali, ecc. 

Questa funzione richiede tutta una serie di conoscenze, anche specifiche della tipologia di lavoro prospettato, perché, come il direttore d’orchestra, non si potrà avere mai una buona interpretazione senza conoscere anche nei minimi particolari il relativo spartito.

Nello svolgimento delle proprie funzioni il Capo Commessa o Project Manager in ambito dell’impiantistica industriale si avvale della collaborazione dei progettisti delle varie specialità che riguardano quello specifico lavoro e che complessivamente sono: Civili, Meccanici, Elettrici e Strumenti, ma che possono essere anche solo alcuni di questi. 



A volte il Capo Commessa può essere anche il progettista di una delle attività coordinate.

In questo caso, il più delle volte il progettista che assume ruolo di Capo Commessa è quello dell’attività predominante come consistenza e complessità ed assume anche la funzione trainante nell’avanzamento e sviluppo del progetto. 

Il Capo Commessa ha funzione decisionale nei confronti dei progettisti per quanto riguarda costi e tempi di realizzazione, ma non per le scelte tecniche specifiche. 

Nel caso in cui queste ultime incidano significativamente sui tempi ed i costi, il CAPO COMMESSA deferirà la scelta alla Direzione che lo ha nominato. 

La funzione del CAPO COMMESSA si estende sempre per tutto l’arco della progettazione, dalla Progettazione di Base a quella di Dettaglio, le cui competenze ho meglio definite in altri scritti, ma di solito prosegue anche per tutta la durata dell’esecuzione dei lavori di costruzione e montaggi, fino alla messa in esercizio della nuova realizzazione, comprese le fasi finali del lavoro (Check List, Precommissioning, Commissioning, Start Up), estendendo quindi anche la funzione di Direzione e Controllo sulle Unità di Montaggio.

Spesso i lavori di montaggio cominciano prima dell’ultimazione della progettazione di dettaglio, almeno per quelle parti che siano completamente definite nella progettazione, per un anticipo dei lavori che consenta una più rapida ultimazione successiva, ad esempio costruzione di basamenti, lavori di fermata di impianti e collegamenti meccanici, predisposizione di Cabine Elettriche, emissione di ordini di Apparecchiature, di materiali a lunghi tempi di consegna, di Gruppi prefabbricati, Strumentazione particolare, ecc.

Il CAPO COMMESSA stabilisce con ciascun progettista i rispettivi gruppi di lavoro, le entità e qualità di Disegnatori, di Unità di calcolo, di funzioni ed entità esterne di supporto al fine di fissare il Programma Generale di Avanzamento dei Lavori e dei tempi di ultimazione di ciascuna fase delle attività. 

Questa Tabella, che a volte può diventare anche imponente, servirà da guida per il controllo di tutto il lavoro. 

Riunioni, in genere quindicinali, fra tutti gli interessati in quella fase del lavoro, verificheranno l’andamento, ne aggiorneranno le dissonanze, riscontrate e definite e verrà verbalizzato la stato effettivo in ciascuna data.Inizialmente e durante il lavoro il CAPO COMMESSA segue tutte le fasi di avanzamento e coordina lo svolgimento di Pratiche di Legge, il rispetto delle normative di Sicurezza e ne nomina il Coordinatore che dipenderà da lui e, successivamente, tutte le azioni di rapporti e scambio di informazioni reciproche fra i progettisti, nonché di tutte le altre unità interessate interne ed esterne della Fabbrica, quali Pompieri, fornitori di Servizi, di Materie Prime, ecc.

Seguendo il Calendario Generale, il CAPO COMMESSA esamina con loro lo stato di avanzamento di tutte le parti del progetto al fine di valutare il rispetto dei tempi, di intervento per altre attività previste, le emissione degli ordini, l’arrivo delle Macchine, delle Apparecchiature, dei materiali, degli Skid (Gruppi autonomi per svolgere singole funzioni), ecc., nonché dei solleciti per ritardi e definizioni in merito.


Se dalle riunioni di controllo emergessero discordanze significative di maggiori tempi e di costi, il CAPO COMMESSA avviserà la Direzione per le eventuali azioni correttive da intraprendere.


All’ ultimazione delle varie fasi della progettazione il CAPO COMMESSA raccoglie tutti gli elaborati, ne controlla la validità e completezza e li trasmette a tutte le Unità interessate.

Se la funzione di Capo Commessa si protrarrà fino all’ Avviamento, le azioni di controllo ed i rapporti di verifica del Calendario Generale si estenderanno fino alla fine, con funzione di assistenza di tutti i progettisti, per definizioni in campo, per modifiche ed adattamenti, ed infine per le operazioni di verniciature, coibentazioni, supporti, illuminazioni, messa a punto della strumentazione, rifiniture, controlli in di Sala Controllo e corrispondenze in campo.


Le azioni terminali, dopo il “Completamento meccanico”, anche delle parti elettro-strumentali, serviranno a completare “in Campo” azioni di manovrabilità, di Sicurezza, di agibilità, di pulizia di parti e di tubazioni (lavaggi e soffiagli), prove di motori e meccanismi, controlli strumentali, verifiche di allarmi, controlli, ecc. 

All’ Avviamento l’Impianto viene consegnato all’Unità di Esercizio e la funzione di Capo Commessa cessa con la chiusura del cantiere.

Se la funzione di Capo Commessa si protrarrà fino all’Avviamento, le azioni di controllo ed i rapporti di verifica del Calendario Generale si estenderanno fino alla fine, con funzione di assistenza di tutti i progettisti, per definizioni in campo, per modifiche ed adattamenti, ed infine per le operazioni di verniciature, coibentazioni, supporti, illuminazioni, messa a punto della strumentazione, rifiniture, controlli in di Sala Controllo e corrispondenze in campo.

Le azioni terminali, dopo il “Completamento meccanico”, anche delle parti elettro-strumentali, serviranno a completare “in Campo” azioni di manovrabilità, di Sicurezza, di agibilità, di pulizia di parti e di tubazioni (lavaggi e soffiagli), prove di motori e meccanismi, controlli strumentali, verifiche di allarmi, controlli, ecc. 

All’Avviamento l’Impianto viene consegnato all’Unità di Esercizio e la funzione di Capo Commessa cessa con la chiusura del cantiere.


venerdì 12 aprile 2013

ENICHEM RAVENNA: FINE DI UN'EPOCA - Parte quinta


Smantellamento di isole produttive Enichem Ravenna

Con la quarta parte del racconto della mia esperienza lavorativa all'Enichem sono giunto al 1985. Dal primo capitolo relativo alla nascita dello Stabilimento ANIC di Ravenna, al secondo che ne racconta l’assestamento, il terzo che ne descrive l’espansione ed il quarto che segna un periodo di evoluzione, concludo il mio racconto della mia esperienza lavorativa all'ANIC di Ravenna, con questo ultima parte che giunge fino al mio prepensionamento, alla fine del 1987. Questi ricordi, si riferiscono a tutti i miei oltre 33 intensissimi anni di lavoro nello Stabilimento. 

Nell'ultimo periodo, dal 1985 al 1987, si ebbero imponenti uscite di personale, che inizialmente furono “incentivate” generosamente per lasciare il posto di lavoro, con prepensionamenti e sostituzioni da padri a figli in fabbrica. 

Poiché all’inizio nel ’57 quasi tutto il personale era stato assunto della stessa età, compreso fra i 22 – 26 anni, alla fine, una grande quantità di persone giunse alla pensione contemporaneamente. Da qui gli incentivi per alleggerire, rallentare e gestire l’esodo, onde contenere il rischio di creare grandi settori di “svuotamento” indiscriminati, con perdite consistenti di “esperienze” insostituibili, di tendenze a difficili ed utopistiche autonomie e necessità di tamponare scompensi e disfunzioni. 

L’economia italiana non era più in espansione come negli anni precedenti, varie tipologie di prodotti non erano più richiesti, forse la ricerca non fu più così attiva e cominciarono i primi cedimenti. La necessità di liberarsi di produzioni obsolete o ritenute non più appetibili, la decadenza di altri stabilimenti diedero il via a vendite e dismissioni di parti importanti della fabbrica, come l’Acetilene, il CVM-PVC (Enoxi), la Ricerca, il Polifunzionale, tutti i Fertilizzanti (YARA), il Cementificio (Barbetti), il Frazionamento Aria (IGI), ecc. 

Questi scorporamenti determinarono la frantumazione in tante estranee proprietà, molte straniere e portò a vicissitudini che andavano verso una difficile sopravvivenza. 

Con molti settori di mercati in crisi, con esuberi di personale, con difficili previsioni per il futuro e di adeguamenti a situazioni ed interessi interni sempre più contrapposti ma decantati come globalizzazione, vennero a perdersi molti validi aspetti organizzativi e consolidate regole comuni.

Soprattutto prevalse l’affievolimento del credere nella chimica in Italia, mettendo a repentaglio i pilastri fondamentali che avevano fino ad allora garantito la stabilità, le prospettive, il benessere ed il prestigio italiano nel mondo. Lo stabilimento soffrì anche pesantemente degli effetti di “Mani pulite”, con la morte di Gardini. 

La mia narrazione che nella prima parte era iniziata come attività diretta, era poi proseguita in modo un po’ più settoriale per il tipo di lavoro svolto ed anche successivamente avevo rimarcato sempre più i soli aspetti del mio lavoro diretto, pur essendo tutti inseriti nel contesto aziendale generale, come quello del CVM-PVC. Così fu per Enoxi, in cui io continuai a lavorare pressoché autonomamente, pur essendo parte dell’Ufficio Tecnico, rimasto Enichem. 

Molte attività vennero smistate all’esterno, come la Progettazione, la Manutenzione, la Strumentazione, i Servizi di portineria, ecc. La tendenza all’autonomia si allargò ad ogni settore. Ognuno credette di poter fare da sé, anzi venne ritenuto uno snellimento burocratico, ma a volte si rivelò come il segare il ramo dell’albero su cui si era seduti. 

Restarono ancorati alla base ANIC i servizi in generale e le Gomme (ENICHEM Polimeri-Polimeri Europa). I cambiamenti convulsi, l’accaparramento dei tecnici, gli armadi pieni di documenti che restarono senza il titolare prepensionato, gli archivi disegni che andarono svuotandosi delle “memorie storiche” e sempre più in bilico fra centralizzazione e suddivisione. 

Parte importante della documentazione si disperse con l’uscita della “vecchia guardia”. In questo contesto anche il sottoscritto, dopo una vita trascorsa in ANIC lasciò il lavoro per continuare dall’esterno, alla fine dell’87. 

Gli avvenimenti in quest’ultimo periodo, nella fabbrica furono molto tumultuosi, incomprensibili e di non facile individuazione, da clima di quando la nave affonda, che fu pressoché impossibile conoscere di ciascuno, il percorso, la vendita, la svendita e soprattutto l’obbiettivo generale, che stava dietro a questa forma di diaspora. 

Come quella del Cementificio, acquisito dalla Aldo Barbetti, per farne un deposito, licenziando quasi tutto il personale, ma più in generale la trasformazione in atto ormai in campo nazionale dell’evoluzione dell’economia verso la liberalizzazione, la privatizzazione, l’accentramento di enormi poteri, quasi a costo zero, in mano a pochi potentati, liberi di fare ognuno i propri interessi, spesso contro quelli dei confinanti, della comunità e del paese

 Nel suo complesso, fu che la Chimica in Italia, da Ferrara a Mestre, da Manfredonia a Gela, da Porto Torres a Ferrandina, Assemini, ecc., non interessando più a nessuno, fece un grande salto all’indietro, che i governanti chiamarono “il nuovo che avanza “! 

Lo scopo per cui era stato abbattuto l’aereo di Mattei era raggiunto. La parte che riguardava la mia presenza in fabbrica finì qui. Ora la vecchia ANIC si chiamava versalis !


Frammentazione ANIC RAVENNA
in tante  piccole società


domenica 3 febbraio 2013

ENICHEM RAVENNA: L'EVOLUZIONE Parte 4°


Il periodo dal 1981 al 1984, vide profondi cambiamenti ed evoluzioni dello Stabilimento che fino ad allora si era espanso in modo monolitico, con diversificazioni di prodotti, la creazione di laboratori di analisi, di un primo insediamento di Chimica Fine (Polifunzionale), di abbandono di parti obsolete, quali lo Stirolo, l’Acetaldeide, l’Acido Acetico, il CVM, il PVC in massa, l’Acetilene, l’Acido Nitrico e il sorgere di altri impianti quali l’Enoxi, il Diolo, il Dicloroetano, l’Ossiclorurazione, Ecofuel, altre gomme tipo SOL, nuovo Butadiene, ecc. 
Il Trattamento acque di scarico (TAC) si estese all’esterno con il TAS per il trattamento fanghi ed inceneritori. Le pensiline a mare si equipaggiarono per lo sbarco-imbarco di nuovi prodotti e materie prime oltre all’imbarco via nave dei concimi che nel frattempo si erano ampliati e modificati dai primitivi Solfato e Nitrato Ammonico con i concimi complessi ternari N.P.K. 

Questa breve carrellata è comunque molto carente, perché vissuta dall’esterno, ma nei particolari ogni prodotto, ogni Impianto, ogni Servizio si era esteso, completato ed aggiornato. Anche le varie Attività si erano diversificate. 

Il nome originale di ANIC era mutato in EniChem (dal 1980), poi EniMont (nell’87), mente la SCR, per i derivati vinilici, veniva distaccata, col nome di ENOXI (nell’82), [Dr. Fronzoni] e la Chimica Secondaria (Polifunzionale, Diolo, RAV 7, Anox20 ed Alkanox mutarono in ENICHEM SYNTHESIS nell’83, [Dr. Gualandi]. Anche le date sono appena indicative. 

 Le mie funzioni, in questo periodo, oltre al Tecnico di Turno (dal ’66 all’83) ed al Tecnico di collegamento dal ’83 all’87), restarono invariate, con una parentesi importante: per il Polifunzionale (dall’’82 all’85) periodo in cui ho svolto la funzione di Capo Commessa e responsabile della progettazione meccanica delle prime sette campate dell’impianto di quattro piani [Magnoni-Gualandi]. 

In ambito ENOXI la mia attività era continuata, in particolare con nuove colonne di strippaggio, BlowDown ed una nuova e più grande autoclave per il PVC/S, da 70 mc, il doppio delle precedenti, la R 1002, nata come pilota, ma quasi subito seguita da altre tre (R1003-4 e 5 ) per l’insperato successo della prima che era valsa a mantenere in vita a Ravenna il migliore PVC. 

Nel 1982 avevo anche avuto la medaglia d’oro per i 25 anni in ANIC . 



Dal 1984 inoltre, per mia vocazione, avevo intrapreso un’intensissima attività di elaborazioni a Computer di funzioni di disegno (AutoCAD), di programmazione in Basic (GWB), di calcolo computerizzato (Multiplan, poi Lotus ed infine EXCEL) e di scritture (WORD).

Era il risveglio della mia vecchia passione per la radiotecnica, che mi aveva attirato, dalla Radio a Galena del ’44, nel ’56 verso l’Elettrotecnica ed elettronica, culminata nel ’60 con un corso di Radio e TV (Radio ELETTRA – Torino). 

Quando mi resi conto della potenzialità che avevano questi strumenti per un tecnico, (avevo visto in una Fiera a Bologna, uno che faceva disegni con un computer), che quindi estendeva enormemente la potenza di calcolo e di grafica, con precisione incredibile, oltre alla scrittura “diretta” di documenti e lettere, ho capito che quello era il futuro della tecnologia. Nessuno dei miei colleghi allora se ne rese conto, neanche i miei capi. 

Il Commodore 64, serviva per i giochi. Era stata mia figlia Claudia, che doveva diventare la mia maestra, ad indicarmi un gioco, “Gli Spadaccini” usando un computer della Apple. Con il Commodore 64 ed il GWB (Basic avanzato da usare su Olivetti, con sistema operativo DOS), iniziai a tradurre, fase per fase tutta la mia attività di Tecnico Progettista, di gestione di commesse, di modulistica, ecc. 

Otto programmi di oltre 2000 righe ciascuno di programmazione interattiva, dove si poteva da un programma saltare direttamente in un altro, copiarne dati, aggiungere gli avanzamenti, gestire arrivi di materiali, gestire il personale per i disegni ed i montaggi, programmare tutte le attività. 
Per gli acquisti di macchinari e materiali, tubazioni, scadenze di fornitura, di installazioni, di fermate degli impianti, controllo costi; insomma di tutto quello che andavo facendo da anni manualmente.. Quando presentai quest’opera imponente, che avevo fatto a casa, di sera e di notte, al mio Capo (Ing. Bartoli), la risposta fu di spaventato netto rifiuto: quasi un’eresia! 
Qualche anno dopo, avrei utilizzato questo impegno nelle mie attività successive. L’Ufficio Tecnico dell’ANIC restò ancora, per diversi anni, presa in vari tentativi, prima di comprendere che su ogni scrivania doveva esserci un “Personal” e che prima bisognava formare la mentalità dei tecnici.

Raccontarle adesso queste cose, che i bambini nascono imparando ad usare il computer prima che a parlare, sembra quasi surreale.

martedì 13 novembre 2012

La mia esperienza lavorativa in Fornace (1953-54)

Dopo finita la scuola, nel Luglio 1953, si rese impellente la ricerca di un posto di lavoro. Avevo scritto a tantissime ditte, specie dell’Italia del Nord, sfoggiando i miei bei voti ed il diploma di Perito Meccanico, ma io non avevo “conoscenze” e quindi quasi tutte  mi risposero che mi avrebbero tenuto presente “in caso di necessità”, un modo garbato per dire di No. Ogni giorno che passava attendevo impaziente il passaggio del postino, ma i NO si accumulavano e le mie speranze si affievolivano.

     Un giorno, mio padre mi suggerì di rivolgermi alla Signora Claudina Bertani, un’anziana insegnante, amica di famiglia del nostro fattore del campo dove noi lavoravamo come mezzadri. Andai a trovarla, con un omaggio di prodotti di campagna e fu molto gentile, con il suo modo di fare forbito ed un tantino sdolcinato, che mi mise un po’ in soggezione, da modestissimo campagnolo e tutt’altro che raffinato qual’ero.

       Mi disse di andare il giorno dopo, il 03/11/53 presso una fornace che aveva bisogno di un “meccanico” per la manutenzione del macchinario. Si trovava vicino a Freto, a pochi km da Modena, 17 km da casa mia. Mi presentai il giorno dopo perché a quei tempi, come ora, non era il caso di fare gli schizzinosi, tanto per cominciare; era importante poter dire in seguito che non era più il primo lavoro, qualunque fosse.

       Un parente dei due fratelli padroni della Fornace, che tutti chiamavano Primo e che faceva le funzioni di dirigente (Fac totum) di tutto il movimento della fabbrica, dal programma di produzione, stoccaggio e collocamento del personale, mi accompagnò e mi consegnò al capo officina, il sig. Gino Ferrari, un anziano 
omaccione bonario sempre indaffaratissimo, ormai vicino alla pensione, che aveva eccellenti qualità di ideatore di complicati meccanismi di trasporto e taglio dell’impasto di argilla che usciva dall’estrusore, per la formazione dei (blocchi), un complesso equivalente a quattro mattoni, con due fori di circa 100 mm di diametro.

      Egli aveva una gran pratica nel risolvere immediatamente, con rappezzi e mezzi spiccioli tutti i problemi che capitavano. La sua abilità di cui menava vanto, era di ottenere gli stampi per i blocchi, col solo raschietto a mano, senza nessuna macchina, in modo che l’orientamento di uscita dall’estrusore del “maccherone” fosse lineare e non tendente a ruotare da qualche parte. Infatti è evidente che se il cono di uscita non è perfettamente liscio e conico e l’impasto omogeneo, la spinta sotto forte pressione fa deviare il prodotto.

      Il padrone gli aveva comperato un vecchio tornio, mastodontico ed antidiluviano che però non aveva mai imparato ad usare: quella tecnologia, di fine ottocento, gli era  assolutamente incomprensibile. Invece era bravissimo a costruire raccordi di nastri per fare deviare i blocchi, per rilevarne difetti e scartare i pezzi difettosi. Fui abbinato a lui specialmente per risolvere inconvenienti, del tipo degli ugelli per i bruciatori di cottura ed altri dove occorresse…un tornio. 

      In quel tempo la fabbrica si stava attrezzando per costruire una nuova linea di cottura completamente automatica acquistata da una ditta tedesca, che doveva sostituire l’esistente dove tutta la movimentazione e l’essiccamento dei blocchi di argilla avveniva manualmente, con fortissimo impiego di carrelli, di mano d’opera, di tempi lunghissimi di lavorazione.

       La messa a punto dei meccanismi, di controlli, di sequenze, ecc. procurava a volte lo scarrucolamento dei carrelli nel tratto dentro al forno dove i blocchi impilati, alla temperatura di cottura si ribaltavano ed inceppavano il tutto. Lo sgombro, appena possibile per il gran calore, coinvolgeva tutto il personale, io compreso, per ridurre al minimo il fermo del lavoro. Altre volte l’equipaggiamento dei nuovi ventilatori, in mezzo alla vermiculite dell’isolamento imponeva “sudate” bestiali.

       L’ambiente di lavoro, in fornace era molto deludente. L’elettricista Campioli, il “Dio della scossa”, ammiratore del ventennio, tentava inutilmente di attirarmi nella sua sfera di mentalità, mentre da più parti, per scherzo o per convinzione mi dicevano: hai studiato, eh, allora sgobba mò ora, più svelto, con la carriola !. Solo la Renata, una parente della mia futura moglie, mi guardava con rispetto, perché ……ero uno “che aveva studiato”.

      Per qualche tempo fui abbinato ai montatori tedeschi utilizzando quanto imparato a scuola, dove occorreva l’azione di più persone contemporaneamente. Altre volte dovetti smaltire le batterie rotte o usate dei carrelli trasportatori dei Palletts di blocchi, con gran disagio e pericolo per il recupero del piombo, in mezzo all’acido solforico.Tutto nell’insieme, fra le ore di viaggio in bicicletta, le molte ore straordinarie, i tipi di lavoro, per un totale di circa 16.000 £ al mese, non era certo la realizzazione dell’obiettivo per cui avevo voluto fortemente studiare !

      Pertanto, quando il mio insegnante di Meccanica, prof. E. Biolcati, il 03/05/1954, mi chiamò per una supplenza in sostituzione di un mio collega, Omero Cornia, dimissionario, per l’insegnamento di Disegno e Tecnologia in una scuola di Avviamento della F. Corni, distaccamento di Monfestino, aderii con entusiasmo. 
     
      Al padrone dissi che stando alle prospettive  che mi aspettavano in fornace, non potevo rinunciare a quella supplenza, che tale restava, senza certezza di proseguimento e che quindi al 15 di Giugno sarei potuto tornare lì, questi mi investì con una imprevista reazione dicendo che lui non era “lo zimbello degli operai”. Me ne andai lo stesso; alla fine dell’anno scolastico mi ripresentai di nuovo in fornace: l’accoglienza fu molto gradita e più che benevola.

       Il lavoro di quell’estate fu tremendo e caldissimo. 9-10 ore al giorno, spesso anche di sabato e metà domenica, lavori pesantissimi ed umilianti, intervallati da infortuni, incomprensione con la direzione ed i colleghi, ore di viaggio, mancanza di alternative, ad esclusione della promessa di un rientro nella scuola e di un concorso pressoché vinto nelle Ferrovie dello Stato, mi avevano molto prostrato e demoralizzato.

       Per questo, l’11/09/1954, con la conferma di poter continuare come insegnante nella scuola, lasciai definitivamente la Fornace, ma prima dell’inizio della scuola fui chiamato per andare nelle Ferrovie a Bologna. Tuttavia, anche da queste, dopo solo 11 giorni di presenza, decisi, con una difficile scelta, di lasciare per l'inattesa ammissioneo ad un Corso per Neodiplomati alla Edison di Milano.
 



Tra diario e hobby si ritrova un’Italia scomparsa

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