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Un ringraziamento ai lettori del blog

Tonino non è più con noi, ma questo blog conserva ancora molte cose di lui: i suoi interessi, le sue curiosità e il suo modo di guardare il mondo.
Queste pagine restano come una piccola traccia viva del suo passaggio.
Grazie di cuore a tutti quelli che lo hanno letto, commentato o che lo leggeranno in futuro.

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mercoledì 23 novembre 2016

La Gabbiettatrice

Durante gli inverni degli anni 1910-’50 nei paesi dell’appennino marchigiano, le donne, su commissione dei produttori di vino piemontesi e non solo, costruivano a mano, con filo di ferro zincato da 0,8-1 mm, le Gabbiette per trattenere il tappo dei vini frizzanti e dello spumante. 

Verso la metà degli anni ’50, la prima macchina, del progettista Bruno Getto, cominciò a sfornare, all’inizio al ritmo di 10 pezzi al minuto, le gabbiette, che in poco tempo raggiunsero molte centinaia di milioni di pezzi/anno in tutto il mondo e venne presentata al Salone Internazionale per l’Enologia, la macchina coperta (per Brevetto), dove da un estremo si svolgeva la matassa del filo e dall’altro uscivano le gabbiette impilate.

La gabbietta classica come tutt’ora la conosciamo, è costituita da un unico filo, che viene ripiegato in tre coduli i quali vengono attorcigliati con un occhiello finale e termina con due coduli liberi di cui uno corto e l’altro più lungo.

Quest’ultimo viene ripreso per infilarlo nei tre occhielli ed attorcigliato nelle due estremità dei coduli liberi formando un anello del diametro voluto e con un allargamento eccentrico, adatto ad essere a sua volta, nell’impiego, attorcigliato attorno al collo delle bottiglie. Può anche, all’occorrenza, essere dotato di un coperchietto di latta, imbrigliato alla sommità e fissato con uno stampo, con incisi i dati del produttore dei vini e costruito, per abbellimento con fili variamente colorati.

A un mio collega, dell’Ufficio tecnico, originario della zona dove veniva svolto l’ingrato compito di fare a mano le gabbiette, venne l’idea di ricalcare le orme di Getto, che insieme cercammo di mettere in opera, con il proposito di giungere ad un altro tipo di gabbietta. Nel frattempo erano sorti anche altri tipi di gabbiette più semplici, ma anche meno pregiate o sicure, ma la nostra intenzione era l’opposto, cioè di arrivare ad un prodotto più bello, più sicuro, brevettabile e sfruttabile. L’impresa si presentò molto difficile.


lunedì 8 dicembre 2014

IL LABORATORIO

       Ho fin troppo spesso evidenziato la mia tendenza ad occuparmi delle cose più svariate, oltre al normale lavoro giornaliero in fabbrica, le faccende di casa e le necessità della famiglia.

      La scarsità di spazio però non mi aveva permesso di dotarmi di quanto necessario per sviluppare i miei desideri di fare meccanismi, di costruirmi comodità, ecc. Così, come gli sportivi dedicano tante energie per le loro attività, con o senza risultati importanti, anch’io mi prodigavo ad esaudire le mie aspirazioni di fare cose, non sempre di grande utilità, ma sempre per il piacere di costruire, di attrezzarmi, di autogestirmi.

      Per fare ciò però occorreva molto spazio, tempo, danaro e tanta fantasia per fare le cose più disparate, e raccogliere, stipare, conservare tutto quello che pensavo che un giorno potesse servirmi. Quest’ultimo aspetto, non è sicuramente molto positivo e la tendenza a conservare sempre tutto diventa una mania di cui non sono mai riuscito a liberarmi e finisce sempre con il non avere più abbastanza spazio.

     Le raccolte di tutto, portano al risultato di un ingolfamento di tutto, per fare di tutto ed alla fine, magari di non concludere nulla!. E, diceva Dante, … come quei che volentieri acquista e giunge il tempo che perder lo face e in tutti i suoi pensier piange e s’attrista…così anch’io ho continuato ad accumulare tutto, da tutti i miei libri di scuola alle collezioni, dai cataloghi ai pezzi di ricambio più disparati, dagli utensili agli attrezzi, insomma di tutto.

domenica 25 maggio 2014

Quadri trapuntati su velluto: Istruzioni

Ho ricevuto diverse richieste su come realizzare i quadri su velluto che ho descritto in Passatempi e creatività. Sono passati molti anni da quando li realizzai però andando a scartabellare in mezzo agli scatoloni ho ritrovato alcune vecchie istruzioni e materiali.  Li riporto qui per curiosità, ma non so se potranno essere d'aiuto. 

Questo attrezzo era prodotto tanto tempo fa ed io l'acquistai intorno agli anni '60 dalla ditta HAEBERLI di Zurigo. Ora non è più in commercio però qualcuno possiede ancora l'apparecchio, inoltre su eBay ogni tanto è possibile reperire vecchi arnesi.

Curiosando in rete  non ho trovato molte indicazioni, tranne che un sito tedesco che ha dedicato un bellissimo articolo su questo argomentoe che si intitola "Die neue Handarbeit:  Relief-Handstick-Apparat  um 1930"

Per prima cosa allego le istruzioni per l'uso della ricamatrice, cioè di quell'apparecchio che vedete in fotografia.



Per quel che mi ricordo iniziavo procurandomi un disegno in grandezza naturale del quadro che volevo realizzare o lo adattavo facendo direttamente, su carta o su tessuto sottile, un disegno a mano di mia inventiva.

Nelle foto che seguono si vede come erano fatti i cartamodelli acquistabili all'epoca. Sebbene poco leggibile si può notare che le figure da realizzare sono tutte suddivise in aree numerate, dove ad ogni numero corrispondeva un preciso colore del filo di lana da utilizzare.

   


   






Per iniziare a fare un quadro occorre determinare all'inizio il disegno che si vuole realizzare e le dimensioni dello stesso. Dalle dimensioni del disegno di partenza si ricavano le misure che serviranno per costruire il telaio in legno dove fissare il velluto e che farà da supporto durante tutta la fase di lavoro.

Il telaietto viene costruito con 4 assicelle di legno tenero, inchiodate con un mezzo incastro in modo che la faccia superiore sia tutta allo stesso piano, per stendervi sopra il velluto capovolto e ben teso, fissandolo poi con punte da disegno.

Poi, dalla parte del velluto capovolto viene steso il disegno e fissato ben teso ed a contatto, anch’esso fissato con punte da disegno.

Se le dimensioni del telaio sono tali da doverlo appoggiare su di un piano o su di un tavolo occorre che lo spessore del telaio sia abbastanza alto da lasciare uno spazio compatibile con la corsa dell'ago durante le fasi della lavorazione.

Chi si cimentava in questa arte per prima cosa sceglieva come parte del disegno da dove iniziare, qualcosa di piuttosto semplice e con contorni di zone da riempire poco complicati, come una foglia con la sua nervatura. La lavorazione avviene dalla parte rovescia del quadro. Il ricamo si ottiene pigiando su e giù rapidamente il pomello dell'attrezzo,

Alla fine del lavoro, si applica un leggero strato di colla sopra al disegno, ad es. Vinavil e si lascia seccare per bene, qualche giorno. Prima di staccare il lavoro dal telaietto è opportuno rifinire tutte le parti del trapuntato, ad es. tagliare i punti delle parti da pettinare per eseguire queste ultime, ad es. la criniera del cavallo, le piume di un uccelletto, ecc. Fare attenzione al tipo di colla perché se il velluto è piuttosto chiaro, con il tempo si forma un alone nella zona di essiccamento della colla.

Poi con le forbicine si può migliorare le parti sporgenti, le sbavature, ecc. Alla fine si toglie il lavoro dal telaio e si attacca alla cornice ultima, preparata a parte, con punti più consistenti in base alle dimensioni ed al peso, con i mezzi a disposizione (Chiodini in ottone, punti per cucitrici, ecc.).

C’è da sbizzarrirsi a volontà, nella fantasia dei soggetti, nell’accostamento dei colori, nelle dimensioni che possono arrivare e veri e propri arazzi per poter poi dire "questo l’ho fatto io", insomma, per me che queste cose le ho fatte quasi cinquant’anni fa, sono ancor oggi un piacevole ricordo. 

E chissà, che fra qualche decennio magari, non lo possiate esporre su qualche diavolo di Blog!           

Tonino. 



giovedì 8 maggio 2014

Francobolli e carte da gioco: le mie passioni da collezionista.

Dopo il post in cui racconto dei miei hobby riguardanti le collezioni, continuo con la seconda parte dedicata ai Francobolli ed ai Mazzi di carte da gioco. 

L’occasione per la raccolta di francobolli capitò quando conobbi, nel ‘61, su indicazione di mio fratello Erio, una ragazza tedesca, Gisela Hottmann, di Berlino Est, allora studentessa di Lingue che desiderava fare corrispondenza con un italiano. Fu per me lo spunto per rinnovare quel po' di tedesco imparato a scuola. 
Famiglia Fliess con Gisela Hottmann

Tra me e Gisela diventò un assiduo scambio di notizie, specie dall’Est, di auguri per Natale, per i compleanni, in occasioni di fatti importanti che continua tuttora, che Est non è più. Quella ragazza, ora sposa, madre di due bellissime figlie, nonna di vari nipoti io l’ho vista solo in fotografia! Conservo ancora tutta la corrispondenza da allora, composta talvolta di lunghissime lettere ma sempre con bellissimi francobolli, di cui la DDR faceva larghissimo uso, a scopo propagandistico. La corrispondenza prosegue tuttora via Internet.


Questi francobolli oggi penso che siano diventati una rarità; li conservo ancora scrupolosamente in tre album. Parallelamente avevo cominciato a raccogliere francobolli dovunque. Poi mio fratello Erio, che è sempre in giro per tutto il mondo, è stata una feconda sorgente per arricchire i miei tanti album: 4 di francobolli italiani, altri 16 divisi per nazioni ed anche un album a parte con i bellissimi francobolli della ex Unione Sovietica. 

Continuo tutt'oggi la raccolta di quello che mi capita, dalla posta che ricevo, ma sempre meno organicamente, più per abitudine che per convinzione. Di serie complete, di francobolli nuovi dall'Estero, a parte l’Italia, ormai ho ben poca cosa .


Infine i mazzi di carte da gioco: avevo fin da piccolo giocato a carte con gli amici ed in casa specie nelle lunghe serate e notti invernali, nella stalla, dopo la guerra, venivano talvolta conoscenti a giocare. I fagioli o il mais erano le fiches che non valevano niente, ma che sostituivano il danaro, come ogni tanto si usa fare anche oggi. 

I mazzi di carte erano quasi sempre malridotti: potete immaginare come può diventare un mazzo di carte tenuto nella stalla e mescolato ogni sera da mani che avevano vangato e strigliato mucche tutto il giorno ?

Normalmente per Capodanno, c’era un mazzo nuovo; era uno spettacolo ed il tavolo veniva imbandito con la migliore tovaglia. La posta finale in quell’occasione era una tacchina o un coniglio che si giocava fra cognati. 

Ancora oggi in casa mia un bel mazzo di carte non manca mai, sia da poker che da briscola (le piacentine o le romagnole). Pur non essendo in famiglia dei gran giocatori, una partita a carte è sempre gradita, sebbene il tempo per il gioco sia sempre molto limitato.

Nel 1991 in cartoleria uscì una pubblicazione con i mazzi di carte. Mi iscrissi e l’emissione settimanale durò più di un anno. 

La pubblicazione comprese molti articoli doverosamente illustrati, con tutta la storia di ciascun mazzo, le provenienze, le assonanze, le schede e ricchissimi documenti. Nell'insieme un'opera completa, molto interessante, con tante curiosità che valeva veramente quell'impegno economico. 

In ogni fascicolo settimanale c'erano uno o due mazzi di carte fra i più noti e di tutte le forme più strane, da tutto il mondo, circa un centinaio, fedelmente riprodotto e parallelamente con la loro storia.

In totale ho, ancora, circa 130 mazzi di carte da gioco, orientali comprese. Avevo anche trovato una scatola dei 16 mazzi regionali italiani incompleta, che ho acquistato e di cui me ne mancano solo due: le sardegnole e le salisburghesi. 

Ora l'entusiasmo con cui ho fatto quelle collezioni non c'è più.. però la sera, dopo cena, io e mia moglie, facciamo ancora qualche partita a scala 40, perché la televisione non riesce più ad addormentarci come prima!.



martedì 8 aprile 2014

Cercare, Conservare, Catalogare .. le mie passioni di collezionista

       Chi ha letto qualcuno dei miei post avrà già notato la mia spiccata tendenza a raccogliere, a catalogare, a conservare molte cose: oggetti, scritti ed altro che qualsiasi persona normale non degna neanche di uno sguardo. Non credo di essere un vero e proprio collezionista, quanto più un raccoglitore delle cose più svariate.

      Già durante la guerra, con la raccolta dei bossoli, dei libri di scuola, dei giornalini per ragazzi, dei modellini-giocattolo in filo di ferro che mi costruivo, dei cariolini ed altro era apparsa questa mia, forse, esagerata tendenza ad accumulare di tutto. 

      Dopo la guerra, per la scuola, per la lontananza da casa, specie dal ’53 al ’57, quasi tutte le mie raccolte andarono perdute.  Dei giornalini e dei funghi ho già scritto in altri post, dei mazzi di carte e dei francobolli parlerò in un altro successivo post.

     Durante la guerra, in campagna, i tedeschi ed i militari loro alleati ogni mattino facevano le esercitazioni sparando verso l’argine del fiume Panaro.  Nel pomeriggio, io ed il mio amico Guido, andavamo a raccogliere una grande quantità di bossoli di tutte quelle armi e a volte anche di proiettili inesplosi, bombe di ogni tipo, granate, parti di armi guaste, di tutto. 

      La tendenza a catalogare e conservare era già evidente. Avevo raccolto e sotterrato diverso materiale con meticolosa precisione, sistemandolo in scatole di latta, suddividendo quell'abbondanza di oggetti micidiali. per tipi di munizioni, e a seconda del metallo, quelli di ferro da quelli di ottone e di rame.

      Alla fine della guerra non trovai piu alcuna traccia di tutto quel favoloso bottino perchè gli zii ed i genitori mi avevano distrutto tutto, per paura di scoppi e per disfarsi di pericolosi residuati bellici. A proposito della fine della guerra ricordo ancora quanto rimasi impressionato il giorno della liberazione (era un sabato credo, il 23 di Aprile 1945) quando cominciarono a passare da noi le prime sterminate colonne corazzate, credo di canadesi, dirette a Nord... non finivano mai..

  Quel giorno,  io e Guido stavamo giocando a bocce con bombe a mano inesplose, quelle sferiche tipo Beretta o Mill. Il gioco consisteva nel farne una piramide di qualche decina a cui poi da molto lontano ne tiravamo un'altra da lontano. Incredibile o fortuna.. non ne era mai scoppiata una !

     Con il trasferimento a Ravenna nel 1957, con la famiglia, un nuovo impegnativo lavoro, un figlio non in salute, la vita cambiò radicalmente. Mi rimase solo la passione per la radiotecnica di cui ho già detto con la Radio a galena e lo spirito di conservazione di ogni cosa come la raccolta dei cataloghi tecnici, necessari per il mio lavoro.
Di questi feci grande ricerca ed ancor oggi conservo una imponente quantità di superatissima documentazione tecnica e di conseguenza meccanismi, sistemi di strumentazione, macchinari delle mie precedenti attività e delle nuove che si venivano aggiungendo. 

     Nel 1991 il Monopolio di Stato cominciò ad emettere pacchetti di sigarette con la scritta sui danni per la salute. All'epoca rimasi colpito che lo Stato permettesse questa ipocrisia. Lo Stato guadagnava sulla vendita di "morte" ma ti avvisava !!  

Un po' ingenuamente pensai allora che non sarebbe durato a lungo, era solo una questione di buon senso, ed avrebbe prevalso il rispetto per la salute: quei pacchetti sarebbero diventati una macabra rarità. Da qui l'idea di collezionare quei pacchetti.  Oggi chiaramente non la penso più così !!

    Così, io che avevo fumato per vent’anni e che avevo smesso a 39 anni, con gran fatica tornai in tabaccheria a comprare qualche pacchetto di sigarette per collezione e non per fumarlo...  pazzesco, vero? 

     In seguito raccolsi solo occasionalmente pacchetti vuoti di scatole e scatoline le più variopinte e di tutte le dimensioni perchè mi piacevano come ad esempio quelle dei sigari Havana, ecc

Non penserete che le mie collezioni finiscano qui.. la più bella che possiedo è quella di francobolli, di cui parlerò più avanti.


sabato 8 marzo 2014

LA SETTIMANA ENIGMISTICA

     Nei primi anni del dopoguerra, fra le tante iniziative intraprese, la scuola ricominciata, il lavoro in campagna, e tanto altro ancora, mi misi a fare le parole crociate. Fra le tante pubblicazioni nate in quel periodo scelsi La Settimana Enigmistica che sorta nel 1931, giusto l’anno della mia nascita, fondata e diretta dall’Ing. G. Sisini che aveva ottenuto largo consenso ed una forte tiratura.

     Il settimanale, che esce il sabato, in formato 240x192 mm di 48 pagine si è sempre mantenuto, ancor oggi dopo oltre 82 anni, sempre identico, ma sempre diverso e secondo me, di altissima qualità e grande varietà di giochi, di enigmi, di rebus, di parole crociate, di concorsi, di aneddoti e trovate umoristiche, solo per citarne alcune, ma nell’insieme per tutti i gusti. 

      Avevo cominciato con i giochi più semplici, le parole crociate, quasi sempre senza completarne alcuna, poi un po’ alla volta avevo esteso l’attenzione verso cose più complesse, prove di intelligenza, calcoli enigmatici, curiosità, barzellette, scacchi, bridge, ed altri giochi molto impegnativi, anche se già in partenza sapevo già che non li avrei mai risolti del tutto.

      Io non sono mai riuscito a completarli tutti, ovviamente e credo che nessuno sia capace di tanto, anche nei momenti di maggiore applicazione, perché durante le vicende della vita non ho sempre avuto il tempo per questo svago, ma di tanto in tanto ho sempre ripreso la lettura di questa rivista.

      In ogni caso, dopo i primi tempi ho sempre raccolto e conservato ogni copia della rivista dove anche le figlie hanno usufruito di queste letture e dei giochi rimasti in bianco o non ultimati. Ad esempio nella pagina della sfinge, su 15-18 giochi ne risolvevo 10 o 12, alcuni altri proprio non sono mai riuscito a farli, come gli scacchi, gli incroci obbligati e qualche cos’altro. 

      Poi io, come credo la maggior parte dei lettori, ho sempre prediletto alcuni tipi piuttosto di altri, e l’impegno per terminarli è sempre stato forte e puntiglioso, prima di arrendermi ed aspettare le edizioni successive per sapere le soluzioni. Anche il classico schema libero dei Bartezzaghi è diventato proverbiale. Raramente ho partecipato a concorsi, anche se spesso li ho apprezzati e risolti, come “Il quesito con la Susi” ed altri. 
    
  Solo una volta ho vinto un libro. Sono stato abbonato alla rivista per molto tempo e solo ultimamente, per l’età e per altri impegni sono rimasto indietro con le letture e gli svolgimenti ed ho accumulato molti arretrati. Sul comodino, vicino al letto c’era sempre da leggere e da risolvere qualcosa, prima di prender sonno. Anche nelle ferie, al mare, sotto l’ombrellone è sempre stato il mio passatempo preferito, da vent’anni a questa parte. 

      Ho messo assieme due grandi scatole delle riviste, quasi tutte con le relative date di quando le ho svolte. Quando il ritardo è giunto a più di 300 numeri ho dovuto disdire l’abbonamento, perché non mi rimane più il tempo per terminarle. Ora sono rimasto indietro di circa nove anni e ne conservo ancora credo un centinaio ancora avvolti nel cellofan che spero di ultimare.
  
    Una curiosità: il formato del numero 2031 del 27-02-‘71, che possiedo, è di un cm più grande di tutti gli altri. Voglio ancora esprimere la mia ammirazione per l’iniziativa dell’Ing. Sisini che ha fondato e diretto la pubblicazione per 41 anni con immutata solerzia e impostazione della Rivista e precisare che in tutto il tempo trascorso di questo rilassante passatempo, della mia vita, mai ho trovato la minima ripetizione di un gioco o di un quesito.

martedì 28 gennaio 2014

I piaceri e le fatiche dell' orto.

Antonietta nel suo amato orto 

































Della mia passione per l'orto e le attività connesse, a cui mia moglie Antonietta ne ha dato un grande contributo, ho già accennato precedentemente , senza però dettagliare altri particolari.
     
Nel 2000, appena acquistato il piccolo appezzamento, come in tutte le attività che mi sono parse adatte, mi ci sono messo di impeto; a cominciare dalla costruzione di un capanno per le attrezzature, poi le recinzioni, tre cancelli d’ingresso ed un pò di piastrellature (40 x 40 cm) per raggiungere le varie parti dell'orto anche con terreno bagnato ed in inverno.

Prima avevo però portato molto terreno particolarmente sabbioso per compensare quello argilloso del fondo, con l’obiettivo di godermelo per una decina d’anni. Le prime cose che predisposi fu di piantare i frutti che necessitavano di vari anni prima di giungere al raccolto.         Metà dello spazio disponibile fu occupato, distanziando di 3,3 m le piante l’una dall’altra e nella scelta preferii quelle che conoscevo da piccolo. Anche le quantità andarono secondo le mie preferenze, così presi 5 meli, 5 peschi, 4 peri, 3 susini, 3 fichi, 3 noccioli, 2 albicocchi, 2 ciliegi, 2 caki, ed uno ciascuno di: mandorlo, ulivo, amarena, giuggiolo, nespolo, sorbolo, gelso, noce, nespolo giapponese, oltre a piante varie, come un pino particolare, un castagno, una sofora pendula, un alloro, un melo cotogno, un melograno, una magnolia, 4 oleandri colorati ed altri.  

     

Del pino racconterò un particolare: mio fratello aveva portato a casa dalla California una pigna gigante di circa 20-25 cm.     Trovai alcuni pinoli che erano quasi sferici e grandi il doppio dei nostri. Li seminai nell’orto di casa. Uno crebbe tanto che in 10 anni diventò più grande della casa alta sei metri. Aspettai che facesse le prime pigne prima di abbatterlo perché mi stava dissestando la palladiana del cortile.     Dai nuovi pinoli presi una pianta che ora è diventata alta più di 8 m  . 
Poi seguirono tutte le verdure: fagioli, patate, piselli,  ravanelli, pomodori, agli, cavoli, sedani, finocchi, carote, carciofi, bietola, asparagi, cipolle, vari tipi d'uva, fragole, melanzane, i miei cari meloni ed angurie, che crescevano in fretta, i peperoni, gli odori vari (prezzemolo, menta, basilico, rosmarino, rucola salvia, valeriana, peperoncino, alloro, origano), ecc.      
In particolare, per mia moglie, tantissimi fiori. Di fronte allo stradello che costeggia l’orto, per tutti i 65 m, distanti 1,5 m, tante rose di tutti i colori che in maggio sono bellissime. Ma poi astri, begonie, bucaneve, calle, campanelle rosa e celesti, ciclamini, dalie, fucsie, garofani, gerani, gigli, girasoli, ricini, gladioli, narcisi, oleandri, ortensie, petunie, ranuncoli, tulipani, tageti, zinnie, viole e molti altri ancora.
    Poi ho fatto un piccolo impianto per le irrigazioni, un pozzo di 3 m per l’acqua dolce (siamo in una zona al livello del mare, distante pochi Km), un telaio per alzare le cisterne (cubi da 1 mc) per la raccolta della preziosa acqua piovana e per il suo deposito perchè in estate non deve essere usata fredda ed un contenitore per macerare ad uso concime gli scarti, quali il fogliame, le parti verdi, la frutta caduta, ecc.

Adesso aspetto impaziente la prossima primavera, sperando che ci regali abbondanti frutti. Intanto, per tutti gli anni che sono trascorsi (14 anni), quanti buoni raccolti, malgrado le siccità, quanta frutta, quanti prodotti di ogni stagione; peccato che non possano continuare in eterno.
     

lunedì 13 gennaio 2014

L'ELETTRONICA

     Ho già scritto in qualche mio precedente post della mia passione per l’elettronica e per la radiotecnica. Dai guai combinati con la RADIO GALENA, all'opzione della meccanica nella scuola, che aveva maggiori probabilità di trovare lavoro e all’amicizia con un collega elettrotecnico a IL PANTANO D’AVIO, appena ne ebbi l’occasione, nel 1956, alla Necchi a Pavia ripresi lo studio dell’elettrotecnica, comprai i sacri testi di quel mestiere, quali “Il Radiolibro Ravalico”, Olivieri e Ravelli ed altri, ad iniziare dalla legge di Ohm in poi, e a capire le basi di come vanno le cose nei circuiti elettrici e nei motori. 

     Poi mi iscrissi al corso di Radio della scuola Radio Elettra di Torino e cominciai a pastrocchiare fra saldature, condensatori, resistenze valvole termoioniche e simili, presso un’anziana affittacamere di Pavia.

     Questo lavoro si interruppe con il cambio Necchi – ANIC, matrimonio compreso e riprese a Ravenna verso la fine del 1957. Dopo questo corso, soddisfatto del risultato, continuai con il corso per semiconduttori, poi quello per la modulazione di frequenza ed approdai a quello di TV.

     La televisione italiana ha iniziato le trasmissioni il 3 di Gennaio del ’54 (siamo al 60°!) e nel ’59 era ancora agli inizi, con un solo canale di trasmissione, in bianco e nero. Problemi di antenne, di cinescopi, di un gran numero di tubi catodici (le valvole termoioniche!) mettevano a dura prova i principianti, come me.


     Una precisazione: con la seconda lezione del corso veniva inviato e pagato il cinescopio, cioè il pezzo più importante, con lo schermo, allora di 17 pollici, che costava quasi la metà del corso e con questo… la comunicazione alla RAI per pagare il canone; ma per riceverne i segnali occorreva circa un altro anno. 

     Quindi io ho pagato il relativo canone più un anno prima di vedere qualcosa su quello schermo: quanti altri in Italia?.

Debbo precisare che io le prime immagini, confuse, traballanti e piccolissime ho cominciato a vederle con l’occasione delle olimpiadi in Italia nell’autunno ‘60 sul cinescopio da due pollici (circa 50 mm), con la costruzione dello strumento principale: l’oscilloscopio.

     Alla fine di questo corso il mio impegno per tali attività rallentò e quasi si arrestò, anche per problemi familiari per rinascere in modo tumultuoso con l’avvento dei primi computers verso la fine del 1983.

     Mi resi subito conto che per un tecnico, quale ero diventato, non poteva esserci alcun futuro senza un computer, per l'enorme potenza e capacità di calcolo, della grafica, della scrittura, della fotografia, ecc. 

     Quindi, come in tutte le novità, mi ci misi di gran lena, con il Commodore 64, poi con il DOS, migliaia di ore a programmare in GWBASIC tante fasi del mio lavoro, a scrivere con un WORD ancora primordiale e le lavagne elettroniche con il Multiplan, poi il Lotus, quindi l'Excel e a dotarmi di tutte le edizioni di programmi che spuntavano come funghi nelle edicole e librerie, ma mai di giochi!.

 Il computer per me è sempre stato solo uno strumenti di lavoro, non di passatempo.

     Uno dei punti forti era la grafica che però necessitava di grandi quantità di memoria e di potenza e quindi cercai di mantenermi al top nell’acquisire SOFTWARE ed HARDWARE in grado di affrontare le necessità del mio lavoro di progettazione meccanica, quali calcoli e disegni in AutoCAD, Excel, Word ed Adobe che furono le carte vincenti di tutto il mio lavoro fino a tardissima età.

     Questi congegni presero però a svilupparsi con un ritmo sempre più vorticoso e le relises si susseguirono sempre più veloci ed i programmi raggiunsero grande versatilità e capacità immense, con centinaia di Opzioni specialistiche in apparecchi sempre più piccoli ma sempre più sofisticati e miliardi di volte più potenti, ma anche più complessi da gestire perchè le risposte ad infinite variazioni di comportamenti dei programmi divenne materia specialistica unica di altrettanti tecnici.
           Gli aggiornamenti cominciarono a diventare per me un problema di età e come all’inizio non era stato facile creare quella mentalità nelle persone di una certa età, in seguito divenne prerogativa dei soli giovanissimi di imparare ad usare un computer, un telefono o un tablet ancor prima di sapere tenere in mano una matita.
 
Da qui la mia difficoltà di rimanere abbarbicato ad un mondo che corre sempre più veloce e rispetto il quale io, che corro sempre più piano, continuo irrimediabilmente a perdere terreno fino, tristemente, a gettare la spugna. E' la Legge della natura!.

domenica 29 dicembre 2013

La passione dell'orto

Tra i tanti mestieri, hobbies e lavori vari che ho avuto nella mia vita, anche se spesso, senza averne prediletto uno, esclusivamente per tutta la vita, unico modo per diventarne uno specialista, indubbiamente una passione che non mi ha mai abbandonato da quando sono nato, è il grande interesse per l’orticoltura e gli ortaggi. 

Lo stimolo per questa attività venne da mio padre, che amava andare, ogni lunedì, quando poteva, nel grande Mercato dell’Ortofrutta di Modena, ad ammirare ogni sorta dei prodotti della terra, tutti messi là in fila a far bella mostra di sé, in gara fra di loro ed offrendo uno spettacolo veramente straordinario. 

C’era di tutto ed anch’io guardavo con ammirazione tanta bellezza, anche un po’ mortificato nel confronto con le misere cose di casa nostra, dove la zia Verina, coltivava alla meglio qualcosa per la famiglia. Un po’ d’insalata, radicchi, cetrioli, zucchine e al massimo qualche melone e cocomero. 



Ricordo che al mattino presto correvo nell’orticello a vedere di quanto erano cresciuti nella notte i cocomeri, che dopo la sfioritura ingrossavano rapidamente, spesso nascosti sotto la propria vegetazione e che ricoprivo ulteriormente per proteggerli dalla curiosità di qualcuno che, ingenuamente credendoli maturi, li staccasse rovinando sempre tutto. 

In seguito, le vicende della vita, di cui ho parlato largamente altrove in questo blog, mi allontanarono dall’agricoltura, fino all’inizio del 2000, anno in cui ho rispolverato questo mio interesse, abbinato al fatto di avere più tempo libero e la necessità di trovare un’attività all’aperto, poter spaziare senza le ristrettezze di case piccole, di poter fare solo e tutto ciò che mi piaceva.  Per questo decisi di acquistare tre porzioni di terreno di circa 550 mq ciascuno, non troppo distanti da casa, in un terreno lottizzato ad “Orti”. 


Ho trovato nel mio orto, se pur alternato al duro lavoro del computer (disegno tecnico), giornate veramente piene di soddisfazioni, di libertà, senza le troppe storture, obblighi, battaglie e precarietà della vita moderna.

Avevo pensato di godermelo per una decina d'anni; ora ne sono trascorsi 14, dove ho passato tantissime mie giornate a creare il mio piccolo regno di ortaggi, fiori e piante; ci sarebbe tanto da dire di tutte queste attività che ricordano le mie origini.

Con nostalgia ora, che non ho più le forze per questi lavori, piacevoli ma pesanti e che il mio orto sta andando in deperimento, sono in attesa di un altro, appassionato come me, che sappia cogliere il bello (ed il buono, perché naturale) di questi ormai superati mestieri che forse saranno rivalutati dalla crisi attuale.



martedì 30 luglio 2013

Passatempi e creatività: quadri su velluto

Quadro su velluto: paesaggio di montagna

Dopo i modelli in legno, verso la fine del 1968 tra i miei hobbies creativi posso annoverare i quadri su velluto, un singolare passatempo che mi tenne impegnato diversi mesi e che imparai a fare dopo esser rimasto incuriosito e contagiato dai quadri fatti da Tamburini, che in ANIC faceva servizio di portineria. 

Relief handarbeiten - Max Haberli
Il 14/12/1968, mandai a prendere dalla Svizzera un attrezzo speciale della Ditta Haeberli, per ricamare su velluto o trapuntareSi potevano ottenere coloratissimi quadri in rilievo, trapuntando con un filo di lana i disegni prescelti. 

La trapuntatura veniva fatta dalla parte posteriore del disegno appoggiato sul velluto, lo spessore del rilievo poteva essere regolato dall’attrezzo e, una volta ultimato il quadro, che sul retro doveva essere fissato a colla, anche semplicemente con Vinavil, la trapuntatura poteva essere tagliata e “pettinata”, in modo da distinguersi chiaramente da altre superfici, come ad es. le piume di un uccello dal ramo su cui si trovava.



Testa di cavallo - ricamo a rilievo

Tamburini mi aveva anche fatto vedere alcune sue “opere” e mi aveva dato un primo disegno. Da quel momento, non più legnetti, chiodi, borchie, vele, ecc., ma la ricerca in tutti i negozi di scampoli di velluto, di fili di lana di diversi colori e consistenza, di “motivi” su disegno, da tradurre in quadri, di tela sottile su cui fissare il velluto e di telai per sostenere il tutto per tutte le operazioni di “trapuntatura”. 

 Le signore e gli addetti dei negozi mi guardavano con certi sguardi con un misto di curiosità e di dubbio, mentre io “razzolavo” fra gomitoli, matasse, scampoli ed affini, alla ricerca del materiale più adatto, se pettinabile, se ritorto, se proprio di lana e a volte me li regalavano quegli avanzi che nessun altro matto voleva, di cui non sapevano proprio come disfarsene e che comunque non si sarebbe mai più trovato un altro gomitolo uguale. 

Uccellini su ramo fiorito - ricamo a rilievo
Iniziai con una testa di cavallo; il problema era l’occhio, era difficile da imitare con la lana. Infine trovai alcuni grossi bottoni rilucenti che attaccai nel vuoto lasciato sul velluto. Alla fine di questi primo quadretto, incorniciato, di circa 50 per 40 cm, ero soddisfatto del risultato e ne cominciai subito un altro. In seguito ne feci altri, fra i quali anche uno per mio suocero, che era un grande appassionato di cavalli. 

Intanto mi ero procurato qualche altro disegno, che avevo mandato a prendere. Continuai con un ramo di frutto fiorito, con su un paio di uccelletti. Anche di questo esegui qualche copia. 

Rose fiorite - ricamo a rilievo su velluto
Poi feci una testa di aquila, quindi un bel mazzo di rose fiorite, ed altri. Ognuno di questi mi impegnava per una decina di giorni. 

Alla fine, poiché avevo trovato un bel pezzo di velluto rosso vivo, grande, ma che aveva un gran buco quasi a metà, decisi di fare una specie di arazzo, con un grande disegno di un paesaggio montano con daini, abeti, piante boschive ed un ruscello. Le dimensioni erano per un quadro di circa 1,63 x 0,74 metri. Questo fu piuttosto impegnativo. Per le dimensioni risultava scomodo da eseguire, pesante da sostenere per il telaio, e lunghissimo da eseguire, specie per i riempimenti. Inoltre, per il grande foro nel velluto, questa zona risultò estremamente lunga e brigosa da chiudere. Alla fine, dopo quasi due mesi era finito. Ero appagato. Dopo la ripetizione di alcuni di quelli di prima, per la parentela, anche questa “esperienza” era finita.


sabato 30 marzo 2013

Modelli in legno: la gramola o gramolatrice

Un utile attrezzo per impastare il pane usato specialmente durante la seconda guerra mondiale era la gramola, detta anche grama, gramolatrice, o gramadora, a seconda dei luoghi in Italia, dove veniva usata.

Certo niente a che vedere con le moderne impastatrici che cuociono anche il pane, ma all'epoca le famiglie erano numerose e bisognava impastare diversi chili di farina alla volta.

Il modellino in legno che ho realizzato è esattamente uguale a quello che avevamo noi in famiglia; mia zia ruotava l’impasto ed io, alla leva, lo schiacciavo di continuo. Si noti il triangolo sulla destra per contenere un po’ di farina da usare per evitare che l’impasto si attaccasse al piano.

Questo modello è in legno di noce con perni in ottone (elettrodi); è robustissimo ed utilizzato occasionalmente in famiglia, anche come schiaccianoci quando non si trova quello classico. La dicitura "la grama dal pan" è nel nostro dialetto modenese.

C'è chi mi ha chiesto se fare una "vita grama" fosse legato anche alle tribolazioni che l'uomo ha sempre dovuto fare per guadagnarsi il pane. Forse, di certo il termine "gramo" è un aggettivo che viene usato spesso per indicare misero, povero. Una volta si usava anche per indicare i raccolti quando erano scarsi .. un "gramo raccolto"

La gramola per impastare



venerdì 29 marzo 2013

Modelli in legno: i cannoni

Dei miei hobby per i modelli di legno in scala, come il modellismo navale, ho parlato anche nella costruzione dei "modelli di navi e velieri".  A questi sono seguiti altri lavori simili, di cui riporterò in questo ed altri post, qualche foto, nota, ed in particolare le ragioni della scelta di questi soggetti, dell’ambiente e dei ricordi che ho voluto concretizzare.


I cannoni
Per quanto riguarda i modelli di navi, realizzai questi due modellini di cannoncini che rappresentano:
  • il primo, il classico cannone da artiglieria da campagna, con le ruote in legno alte, adatto per il traino dai cavalli e con le ruote ricavate da legno massello in noce, tornite, con borchiature e battistrada in ottone; 
  • il secondo il tipo di armamento del veliero “La Santissima Madre”, col carrello a quattro ruote in legno, basso, con la canna in ottone, spostabile da una finestra all’altra della nave, per la ricarica, ecc.
Modelli di cannoni.  A sinistra, cannone dell' artiglieria da campagna

Due notizie veloci sull'artiglieria da campagna. Il reparto di Artiglieria da Campagna nacque nel 1850, in seguito ad un grosso riordinamento dell'Artiglieria Sarda, suddivisa in due reggimenti, un primo di "Artiglieria da Campagna" ed un secondo di "Artiglieria da Piazza". Il numero di reparti di "Artiglieria da campagna" si moltiplicheranno nel tempo, fino a divenire 54. Al termine del secondo conflitto mondiale l'Artiglieria Italiana si disgrega, ed alla sua ricostruzione i reggimenti perdono definitivamente la denominazione "da Campagna".  

In rete ho trovato questa risorsa che segnalo a chi ne fosse interessato:  FORUM MODELLISTI NAVALI 

martedì 29 gennaio 2013

Navimodellismo. I velieri.

Dopo il tragico epilogo delle vicende di nostro figlio, nato con una grave malformazione cardiaca e conclusasi con l’inutile tentativo di salvarlo a sette anni, io e mia moglie cademmo in un terribile stato di depressione dal quale fu molto difficile uscirne, per il continuo ricordo di giorno e di notte e per non riuscire io a confortare la moglie che mise a dura prova la nostra resistenza fisica e morale.
Il lavoro in fabbrica mi teneva occupato per tutte le otto o nove ore giornaliere, malgrado il pensiero continuo, ma dopo, per tutto il tempo dalla sera, la notte e fino alle otto del mattino, dovetti trovare un’altra occupazione che mi distraesse fino al limite del sonno che mi bastava di pochissime ore, necessarie per affrontare una nuova giornata.
L’occasione si presentò quando vidi, a casa di un altro sventurato, morto anche lui a Firenze dopo un intervento al cuore, dove il figlio, Bentini Sergio, stava costruendo un modellino di veliero, lungo circa 80 cm, ricavato da disegni della Aeropiccola.

Cutty Sark
Mi ci buttai a capofitto. Il 06/02/1965 comperai i disegni, un po’ di materiale, dai negozi di giocattoli e qualche attrezzo e mi misi a costruire il Cutty Sark. Avevo, sotto l’abitazione al Villaggio ANIC, un piccolo garage dove ricavai un angolino per fare questi  lavoretti. Inizialmente trovai qualche difficoltà, per i legnetti, tutti i fili per il cordame, le ancore, le decorazioni, la polena, le bandierine, gli oblò, le precedenze di costruzione, la formatura dello scafo, le verniciature e tutti gli altri accorgimenti.

Alla fine, dopo 15 giorni, di intenso lavoro, tutte le sere fino all’una o alle due, più sabato e domeniche, il veliero era ultimato. Non era bello. A me piaceva lo stesso, ma i difetti, i particolari migliorabili, i materiali e gli accessori da impiegare, mi spinsero a rifarne un’altro uguale.

Amerigo Vespucci
Ad es. gli oblò potevano essere ottenuti con gli occhielli per i cordoni delle scarpe, ovviamente di diverse dimensioni. Questa attività, mi distoglieva completamente da ogni altro pensiero e quando andavo a letto, sfinito, mi addormentavo subito. Lo scopo per il quale era iniziato, funzionava.

Trascorsero pochi giorni e ricominciai da capo. Da quello che avevo imparato con il primo modello, trassi spunto per modificare molte cose, materiali, particolari, fili per le funi, le scalette, ed altri, risparmiando nelle spese, personalizzando nei particolari e mettendo qualcosa di mio, specie per quei dettagli che non erano tanto deducibili dai disegni.

Questo secondo modello, ultimato il 16/04/1965, mi era tenuto occupato per 25 giorni, per un totale di circa 200 ore di lavoro.  I risultati ottenuti in salute erano largamente positivi, pur restando incancellabile il ricordo. Le spese non mi davano problemi, il prodotto, che non interessava quasi a nessuno, per me era piacevole… e quindi decisi di continuare !.
       
Dalle pubblicazioni di allora scelsi il modello dell”Amerigo Vespucci”, la nave scuola italiana, ancor oggi in giro per il mondo, dove il mio Capo Ufficio, Ing. A. Burrai, aveva svolto il Corso Addestramento per Ufficiali, alla fine degli ultimi anni cinquanta e che io vidi poi dal vero nel porto di Ravenna. Anche per questo modello dovetti ripetere la trafila del precedente. Trovai altri tipi di legni, listelli per il fasciame, tondini torniti per gli alberi e le velature, la ripiegatura per le vele e tanti altri particolari.
Il 24/04/1965 iniziai il nuovo lavoro. Questo era più complicato, ma più interessante. Il lavoro si protrasse per 96 giorni, per un totale stimato di 550 ore, ma come ho già accennato, anche per questo apparvero molti particolari che non erano venuti come speravo. E di tutta lena mi rimisi quasi immediatamente al lavoro per il quarto modello.

A parte il colore dello scafo, che in realtà è bianco e nero, che io invece lasciai giallino e color mogano, come erano naturalmente i listelli che stavolta avevo ricavato da due fogli di impiallacciatura incollati di Obece e di mogano di sezione 1 mm per 6 mm. Avevo ridotto al minimo l’acquisto di accessori, misi molta cura nelle velature, nelle scalette, ma soprattutto nella carenatura, evitando che nell’ultimazione si svergolasse. Il 14/12/65 anche il 4° modello era ultimato.



Ero arrivato in fondo piuttosto stanco, cosi pensai di riposarmi un po’, anche per pensare a cosa avrei potuto fare in seguito. Poi trovai un altro tipo di veliero, più grande, con le vele aperte, un galeone da guerra, con 52 cannoni, con il cassero di poppa molto ricamato, insomma una sfida a più alto livello. Ed iniziai questa nuova impresa il 20/12/1965.

Avevo comprato un piccolo tornietto con il quale feci tutte le canne dei cannoni, l’affusolamento dei pennoni di sostegno delle vele, i ballatoi intermedi degli alberi, ecc. e poi, avevo preparato tutte le vele in stoffa bianca, ricucite in nero con quel po’ di cucito che avevo imparato alla Necchi e facendo molti accessori, comprese le ancore, che ricavai direttamente di legno, gli attacchi delle scale, ecc.
  
La Santissima Madre

Tutto l’interlacciamento delle funi per le manovre delle 10 vele, le ampie scale, il lavoro di traforo per le decorazioni di poppa misero a dura prova la mia capacità e la mia resistenza. Giunsi alla fine il 15/03/1966, dopo 86 giorni,  per un totale di circa 500 ore. Ero molto contento del buon risultato, avevo migliorato il mio stato di depressione e quindi le mie “costruzioni navali” finirono qui, per modo di dire, perché continuai con diversi altri modelli, fra cui le caravelline, di cui costruii 10 pezzi per regali ad amici e parenti, dal 22/03 al 15/04/1966.




sabato 6 ottobre 2012

Andar per funghi.. spugnole, finferli e porcini


La passione dei funghi mi era stata trasmessa dalla nonna Rosina Gullini verso la fine degli anni trenta. In campagna, a Nonantola, allora gli unici funghi che si cercavano erano le spugnole (Morchelle); tutti gli altri non erano “funghi”!

Le spugnole sono dei funghi molto particolari, pregiati, anche se velenosi da crudi, ma con la cottura o l’essiccamento diventano prelibati. Essi crescono solo per meno di un mese, a cominciare da circa il 20 di Marzo a seconda della stagione e dell’umidità del terreno, nel terreno piuttosto sabbioso, nelle pinete, vicino a vecchi olmi, pioppi e si mimetizzano con il fogliame e con la vegetazione in modo tale che la ricerca diventa molto difficile. Non crescono in terreni concimati e la loro presenza si conserva negli stessi posti, con poche variazioni.

Attualmente, qui da noi, parlo di Ravenna, questo tipo di fungo è diventato sempre più raro, forse anche per l’aumentata siccità e cresce l’ingelosirsi dei fungaioli che fanno di tutto per deviare l’attenzione di concorrenti dalle posizioni buone, facendo finta di niente o allontanandosi dal posto.

Non sono coltivabili, qui da noi, ma ne ho visto un tipo, tutto nero, in Francia, a Lione, che probabilmente veniva da coltivazione, vista la facilità con cui me ne hanno portato un gran piatto, solo lessato, ma che in verità non erano tanto buoni e soprattutto non avevano la fragranza di come li conosco io.

 Spugnole pineta RA
Le prime spugnole che nascono sono tante e piccolissime, quasi invisibili, poi, se la stagione è piovosa, ne viene una seconda buttata, di meno numerose, ma più grosse, poi una terza ed in particolare una quarta, magari di solo una ma molto grande, come quella della prima foto sopra.

Chi ha l’occhio per queste cose, individua facilmente il tipo di habitat in cui crescono le spugnole, che a volte, nelle pinete, non è molto comodo da raggiungere, fra i rovi, in mezzo alla prima vegetazione nascente, ma a volte anche vicino ai sentieri di campagna e all’inizio, se se ne trova una, quasi sicuramente lì vicino ce n’è qualchedun’altra. Ho detto tutto? Forse no, ma chi va per i campi non ha bisogno di alcun altro riferimento.

Ah, dimenticavo di aggiungere: la zona dove crescono i funghi, tutti, non va calpestata, razzolata, devastata, come fanno in troppi, ma percorsa delicatamente: il micelio, le radici e le ife dei funghi sono delicati e se si distruggono, dopo di funghi non ne vengono più. Le spugnole vecchie vanno lasciate lì. Portano le spore per la riproduzione.

Sfiandrina
Con mia nonna andavamo a cercare questi funghi, vicino ai fossati, fra i filari degli alberi, dappertutto, ma di altri funghi niente. C’erano, in particolare vicino ai pioppi seccati, in diverse stagioni dei meravigliosi cespi di sfiandrine (Pleurotus), di piopparelli (Agrocybe aegerita) e, sparsi qua e la dei prataioli (Agaricus), e delle mazze da tamburo (Macrolepiota procera) e tanti altri cattivi, come i funghi dell’inchiostro (Coprinus). E nient’altro, perché là tutto il terreno era coltivato e gli altri funghi che si trovavano non era commestibili.

Durante la guerra e gli studi, la mia attività di fungaiolo fu molto ridotta, salvo qualche parentesi primaverile, fino all’approdo a Ravenna. Durante le ferie, nel Villaggio ENI di Borca di Cadore (Cortina d’Ampezzo), con alcuni colleghi iniziai ad andare per i boschi in cerca di funghi Porcini (Boletus Edulis). Ben presto mi prese la mania dei funghi.

Porcini e Finferli
Non ero un esperto, né lo diventai mai, ma le mie ricerche si restrinsero a pochissimi esemplari. I Porcini (Edulis e Pinicola), i Finferli (giallini, galletti Cantharellus cibarius), gli Ovuli (Amanita Cesarea), le Manine (ditola gialla clavaria flava) e nient’altro, tanto per star lontano dai funghi velenosi, ma anche da russole, amanite, ed altri di difficile interpretazioni perché legati a tipologie di zona, non sempre facilmente identificabili dai libri.

Pur ridotti a questi tipi, la voglia di cercar funghi, collegata a quella di lunghissime escursioni in montagna, dove andavo soprattutto per riossigenarmi, dopo magari un anno di permanenza nell’atmosfera del Petrolchimico, crebbe, fino a diventare quasi l’altro unico motivo, a parte quello familiare, di fare le ferie in montagna. E mi piaceva andare da solo. Tutte le volte che sono andato con altri ci siamo sempre persi.

Il poter andare dove volevo io, senza vincoli, in mezzo alla boscaglia, fra dirupi e posti anche pericolosi, era il massimo delle mie aspirazioni. Normalmente partivo alla mattina di buonora; con la macchina andavo fino alla zona che avevo stabilito in quel giorno, e poi su, su, a piedi, con scarponi, berretto e bastone (allora non c’erano cellulari !), fino nei punti che pensavo o sapevo che i porcini lì c’erano. Alle 13 o alle 14, se avevo trovato da far bene, e poi giù, verso dove il suono delle campane del paese indicavano che ci poteva essere la macchina e ci prendevo quasi sempre.

A casa, pranzo, riposino, e poi il resto della giornata era dedicata alla famiglia. Non sempre, perché se avevo trovato, poco o molto, era da pulire, preparare ed in parte affettare per essiccarli. Poiché il clima era con bassissima umidità, i funghi secchi li mettevo in cartocci di carta (i sacchetti del pane) e al ritorno a Ravenna facevano un profumo meraviglioso. Questo continuò anche successivamente a Monguelfo, in Val Pusteria, dove di funghi ce n’erano sempre, a Fanano (appennino modenese) a Chianciano, dove ho trovato gli ovuli e dei finferli giganteschi ed a Ravenna, naturalmente, nelle pinete per le spugnole.

Ho sempre trattato il bosco come un ambiente delicato da conservare, senza “calciare” gli altri funghi, ma lo scempio dei troppi turisti-cercatori da strapazzo hanno devastato i territori costringendo le autorità a drastiche limitazioni, di orari, di permessi, ecc. il chè mi ha indotto, insieme all’avanzare dell’età che non mi permette più di fare le sgambate di una volta, a lasciare questa attività e questa grande gioia, di cui conservo un grato ricordo.

Tra diario e hobby si ritrova un’Italia scomparsa

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