Entrare nel mondo di Tonino

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Un ringraziamento ai lettori del blog

Tonino non è più con noi, ma questo blog conserva ancora molte cose di lui: i suoi interessi, le sue curiosità e il suo modo di guardare il mondo.
Queste pagine restano come una piccola traccia viva del suo passaggio.
Grazie di cuore a tutti quelli che lo hanno letto, commentato o che lo leggeranno in futuro.

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martedì 8 luglio 2014

Le Sedie di Gelso. (ARTE POVERA)


Nel 1935 sulla via di accesso alle abitazioni di Panini, Tosatti e Storci al Campazzo di Nonantola dove io ero nato, c'era, per buona parte una lunga fila di alti gelsi, parallela alla riva al fosso che scorreva da Est ad Ovest.

Erano forse rimasti dall'antica produzione di bachi da seta, i filugelli, ora  andati in disuso.

Le more dei gelsi, alcuni bianchi ed altri rossi, erano uno dei primi frutti, dolcissimi, che maturavano e alcune piante facevano ancora da sostegno ad uno stentato tralcio di vite. Le more rosse erano le migliori, ma tingevano come l'inchiostro.

Un giorno, quando i primi frutti cominciavano a maturare, in alto sui lunghi rami esterni che sporgevano verso il fosso, fui tentato di cogliere quella primizia e riuscii a salire, col tralcio di vite e mi sporsi lungo un grosso ramo pieno di more ormai rosse.

sabato 8 marzo 2014

LA SETTIMANA ENIGMISTICA

     Nei primi anni del dopoguerra, fra le tante iniziative intraprese, la scuola ricominciata, il lavoro in campagna, e tanto altro ancora, mi misi a fare le parole crociate. Fra le tante pubblicazioni nate in quel periodo scelsi La Settimana Enigmistica che sorta nel 1931, giusto l’anno della mia nascita, fondata e diretta dall’Ing. G. Sisini che aveva ottenuto largo consenso ed una forte tiratura.

     Il settimanale, che esce il sabato, in formato 240x192 mm di 48 pagine si è sempre mantenuto, ancor oggi dopo oltre 82 anni, sempre identico, ma sempre diverso e secondo me, di altissima qualità e grande varietà di giochi, di enigmi, di rebus, di parole crociate, di concorsi, di aneddoti e trovate umoristiche, solo per citarne alcune, ma nell’insieme per tutti i gusti. 

      Avevo cominciato con i giochi più semplici, le parole crociate, quasi sempre senza completarne alcuna, poi un po’ alla volta avevo esteso l’attenzione verso cose più complesse, prove di intelligenza, calcoli enigmatici, curiosità, barzellette, scacchi, bridge, ed altri giochi molto impegnativi, anche se già in partenza sapevo già che non li avrei mai risolti del tutto.

      Io non sono mai riuscito a completarli tutti, ovviamente e credo che nessuno sia capace di tanto, anche nei momenti di maggiore applicazione, perché durante le vicende della vita non ho sempre avuto il tempo per questo svago, ma di tanto in tanto ho sempre ripreso la lettura di questa rivista.

      In ogni caso, dopo i primi tempi ho sempre raccolto e conservato ogni copia della rivista dove anche le figlie hanno usufruito di queste letture e dei giochi rimasti in bianco o non ultimati. Ad esempio nella pagina della sfinge, su 15-18 giochi ne risolvevo 10 o 12, alcuni altri proprio non sono mai riuscito a farli, come gli scacchi, gli incroci obbligati e qualche cos’altro. 

      Poi io, come credo la maggior parte dei lettori, ho sempre prediletto alcuni tipi piuttosto di altri, e l’impegno per terminarli è sempre stato forte e puntiglioso, prima di arrendermi ed aspettare le edizioni successive per sapere le soluzioni. Anche il classico schema libero dei Bartezzaghi è diventato proverbiale. Raramente ho partecipato a concorsi, anche se spesso li ho apprezzati e risolti, come “Il quesito con la Susi” ed altri. 
    
  Solo una volta ho vinto un libro. Sono stato abbonato alla rivista per molto tempo e solo ultimamente, per l’età e per altri impegni sono rimasto indietro con le letture e gli svolgimenti ed ho accumulato molti arretrati. Sul comodino, vicino al letto c’era sempre da leggere e da risolvere qualcosa, prima di prender sonno. Anche nelle ferie, al mare, sotto l’ombrellone è sempre stato il mio passatempo preferito, da vent’anni a questa parte. 

      Ho messo assieme due grandi scatole delle riviste, quasi tutte con le relative date di quando le ho svolte. Quando il ritardo è giunto a più di 300 numeri ho dovuto disdire l’abbonamento, perché non mi rimane più il tempo per terminarle. Ora sono rimasto indietro di circa nove anni e ne conservo ancora credo un centinaio ancora avvolti nel cellofan che spero di ultimare.
  
    Una curiosità: il formato del numero 2031 del 27-02-‘71, che possiedo, è di un cm più grande di tutti gli altri. Voglio ancora esprimere la mia ammirazione per l’iniziativa dell’Ing. Sisini che ha fondato e diretto la pubblicazione per 41 anni con immutata solerzia e impostazione della Rivista e precisare che in tutto il tempo trascorso di questo rilassante passatempo, della mia vita, mai ho trovato la minima ripetizione di un gioco o di un quesito.

venerdì 28 febbraio 2014

Il Benzinaio

   
Verso il 1950, le iniziative agricole di mio padre non bastarono più a mantenere la numerosa famiglia, nel periodo in cui cominciava tutt’attorno una rinascita febbrile di attività più redditizie, anche lui cominciò a guardarsi attorno, per trovare prospettive e possibilità di nuove attività più redditizie.
      In campagna cresceva l’interesse verso un inizio di motorizzazione nei lavori agricoli, dopo gli animali da tiro e con carenza di danaro per costose macchine, il primo passo fu di adattare a modestissimi trattori una grande quantità di camion e mezzi militari accatastati in tanti enormi parchi di rottamazione. 

      Si trattava in genere di precari ripieghi, con gruppi di traino, di ruote adattate a girare su terreni arati e bagnati, con grandi fatiche con l’impiego di cose che non costavano quasi nulla, con saldature fatte da inesperti che davano enormi problemi e risultati modestissimi. 
   
Questi, rudimentali ed inaffidabili trattori, le carioca, non ebbero vita facile, ma molto meglio dei buoi ed altri animali. Nasceva in parallelo, per necessità di costruzione di case, di abitazioni, di trasporti di merci, ecc. tutta una serie di mezzi che utilizzavano nafta e benzina. La scoperta sul suolo e nei mari italiani di consistenti giacimenti metaniferi diedero inizio allo sviluppo dell’uso del metano in bombole al posto delle carissime benzine. 

    A questo settore mio padre rivolse lo sguardo e cominciò a contattare persone, trasportatori, punti possibili di distribuzione ed a cercare di imbastire un’attività di rivendita delle bombole per uso trazione. L'impresa fu ardua, per l’ottenimento dei permessi e delle modalità di esercizio e di sicurezza, per quanto allora fossero ridicole rispetto a quelle che poi in seguito sarebbero diventate.

I tempi per avere una licenza erano enormi, gli ingorghi machiavellici, le attese così estenuanti che solo la perseveranza di mio padre poteva affrontare. Alla fine gli ostacoli furono superati ed il primo distributore costituito da un minuscolo stanzino, il casotto, due scomparti separati da una parete in cemento armato per separare le bombole piene da quelle vuote, lo spazio per entrare ed uscire per i camion, qualche chiave, un tavolino ed una sedia per scrivere le ricevute e nulla più.

     Il primo posto lo aveva trovato a Modena e fece da scuola per capire cosa e come fare, per attirare i clienti e specie per movimentare le bombole (52 Kg, da muovere tutte 4 volte al giorno: scarico dal fornitore, togliere il vuoto dal cliente, montare il pieno e ricarico del vuoto al fornitore). Poi nel frattempo le bombole dovevano essere accatastate nel rispettivi scomparti !. 

     Inoltre occorreva diffondere l’uso del metano, farsi conoscere, attirarsi le simpatie, specialmente dei camionisti che avevano una propria particolare peculiarità, nel modo di fare, di parlare, insomma si trattava di entrare in quel mondo, condividendone lo spirito, a volte sopportandone gli eccessi, le parolacce, il modo rude, ma aperto, gioviale e allegro, anche nelle difficoltà, tipico degli emiliani. 

     Dopo poco tempo  papà capì che occorreva trovare un posto più confacente a tale attività, piuttosto rumorosa, per lo sbattere metallico delle bombole, per lo spazio necessario, più sulla rotta di passaggio del traffico interessato, fuori città, vicino ad altri servizi necessari o graditi agli utenti, come i bar, i posti telefonici, allora carenti, ecc. E lo trovò, sulla Via Emilia, a Rubiera fra Modena e Reggio E. 

     Qui il movimento si allargò arrivando ad una vendita da 15 a 20 bombole giornaliere. Un terzo cambiamento avvenne poco dopo, per adeguare meglio il tutto alle normative, allargare il giro ed essere più vicino alla nostra abitazione a Nonantola, trovando un posto lungo la Vignolese, precisamente dove ora si trova l’Università.

Alla fine del 1953 io avevo finito gli studi, mio fratello avrebbe avuto meno difficoltà nel proseguire, il commercio si era fatto imponente, mio zio Mario, il più giovane, del 1920, dopo molti anni di trattorista (trattori, non trattorie), era confluito nell’attività e con l’apporto anche mio, degli zii e dei cugini del Campazzo, costruimmo il casotto, l’Ufficio in muratura, le pareti divisorie, ecc., preparando di fatto la divisione in due della famiglia contadina di origine.

     Il 18/11/1954 questo avvenne e mio padre con la mamma, mia sorella, mio fratello oltre a me che ormai ero occupato fuori Modena, si stabilirono in Via Campi, quasi di fronte al Distributore, così allora si chiamò.  Quando mi sposai, nel ’57, la nostra abitazione era in Via Campi, 330. Essendo ancora le nostre condizioni economiche non tanto floride, sia per la provenienza che per le spese sostenute e le ripartizioni con gli zii, il mio viaggio di nozze fu rinviato a tempi migliori, anzi, proprio non fu mai fatto. 

     Nel tempo libero invece feci l’Album delle fotografie, mie, della famiglia, dei parenti, del Pantano d’Avio utilizzando le pagine di vecchi Albun di dischi, con un grande foro in mezzo, ad aiutare un po’ nel distributore e raccogliere quel po’ che non era andato perduto dei miei ricordi durante il trasloco. Poco tempo dopo la zona divenne l’area dell'entrata della nuova Università, zona ca cui bisognava  sloggiare. 

     Mio padre ed il fratello Mario decisero allora di acquistare una grande area, di 2000 mq, più avanti, sulla Vignolese, allora alla periferia della città, poco prima dell’incrocio con la circonvallazione. Qui il grande debito, per l’acquisto, tutto il riempimento per alzare il suolo da pavimentare di un metro, le opere murarie, di scolo, recinzioni, ecc. fu lungo ad essere assorbito.

     Ricordo ancora quante volte in quegli anni andavo da Ravenna a Modena per portare il gruzzoletto che mi restava per chiudere quanto prima il debito, che poi papà mi restituì, generosamente, con il successo dell’iniziativa ed anche per le condizioni più favorevoli maturate.
     Con il tempo, la vendita del metano si completò in stazione di servizio per prodotti petroliferi privata (Super Benz), in cui confluirono i cugini Renzo e Loris, nonché lo zio Marino, nell’ambito della Ditta dei Fratelli Tosatti e solo ultimamente si addivenne alla cessazione della vendita delle bombole, ormai al tramonto perché superate, ed al legame con una grande Ditta di prodotti petroliferi. 

     Quando papà a 74 anni, nel 1983, chiuse la sua attività, lasciando la propria parte al fratello Mario, rimase ancora per qualche tempo a seguirne l’amministrazione, la registrazione dei movimenti, le fatture, ecc. di tutta la clientela che fino ad allora aveva curato meticolosamente, come fosse la propria famiglia, ricambiando generosamente la fiducia che questi avevano fino ad allora riposto in lui. Conservo ancora alcuni degli ultimi documenti, cartelle ecc. che sono state il capolavoro della sua vita.

martedì 16 ottobre 2012

Un ventino d'olio

Il ventino, moneta del 1919

Nel 1931 i possedimenti agricoli delle signore Biondi, due anziane signore che abitavano a Modena, vicino ad un ex campo d’aviazione, verso via Saliceto, erano di cinque poderi che si estendevano da Via Gazzate fino al fiume Panaro. Le case dei primi due, un po’ più a Nord, verso il “centro” della zona chiamata “Campazzo Sud” di Nonantola, in cui abitavano Monari e Barbieri e gli altri tre, allineati, erano abitati da Panini, Tosatti e Gasparini. Io sono nato al n. 10 di Via Farini, nella casa di mezzo di queste ultime tre.

Annesso al podere di Monari c’erano una chiesetta e la villa del fattore, Barbolini, che gestiva i mezzadri per conto della proprietà e che tutti chiamavano “Il signor padrone”. La villa che a me, allora, sembrava una casa principesca, tutta recintata, con stradelli di aiuole ghiaiati, grandi abeti ed un foltissimo cespuglio di nocciolo che sbordava dal recinto sul lato sud dove passava la stradina di uscita di tutta la proprietà; in effetti, rivista ora, si tratta di un quadrato di 60 – 70 metri di lato.
 
Nonantola, Via Farini
Tutta la proprietà era gestita dal fattore che ruotava di volta in volta i mezzadri nei vari poderi in funzione delle dimensioni e delle forze lavoro esistenti. Cosicché noi, dal n. 10, fummo spostati varie volte da un podere all’altro. Queste tre case sono ancora visibili, disabitate ed ormai diroccate, sulle mappe di Google. Vedi a lato.

Avevo poco più di tre anni quando la mamma, un giorno, mi mandò “alla Bottega” l’unico negozio del Campazzo, dalla Norina, a prendere l’olio. Il negozio, che vendeva di tutto, aveva un profumo inconfondibile, dei prodotti “di una volta”, di saponi, di olio e di cose buone che ora non si sentono più. La nostra spesa di olio d’oliva allora consisteva in venti centesimi (di Lira), una moneta che chiamavano “Ventino” di cui conservo ancora due pezzi, che da un lato ha lo stemma Sabaudo con la scritta Regno d’Italia e dall’altra un esagono con la scritta Cent. 20 e la data (i miei sono del 1918-1919). 

La mamma mi diede la monetina e la bottiglietta da mezzo litro, ed io partii di corsa, come fanno ancor oggi i bambini, quando ricevono un incarico importante. C’era una carreggiata che andava dalla casa al negozio distante circa 800 metri, ma io andai, dritto per dritto attraversando obliquamente i campi coltivati, per fare prima. A circa metà strada, nel bel mezzo di un campo di erba medica alta, (una “ciapa”), inciampai e persi la monetina. Guardai e riguardai dappertutto, calpestando tutta l‘erba, ma non la ritrovai più.

 Molto tristemente tornai a casa dalla mamma che mi consolò e mi ridiede un altro ventino. Io mi sentivo in colpa, sia per il “Soldo” perduto sia per il ritardo e quindi la cosa migliore che mi sembrò di fare fu quella di rifare come prima e quindi ancor più velocemente partii a razzo e così feci. Infatti tornai ad inciampare e persi anche la seconda monetina. 

Bruna, la mia grande Mamma
Cercai tanto, poi cominciai a piangere come un disperato e così mi ritrovò la mamma seduto in mezzo all’erba calpestata, con la bottiglietta in mano. La mamma, una grande mamma, mi riaccompagnò a casa, mi diede una terza monetina e mi rispiegò che non c’era bisogno di correre, che c’era la carreggiata e che non c’era niente di catastrofico da piangere. 

Credo che mi seguì da dietro, ed io riandai al negozio, e dopo mezz’ora ero a casa con la bottiglietta piena di olio fragrante. E credo che la manina, la sinistra, che teneva la monetina mi dolesse ancora per quanto avevo tenuto stretto stretto il terzo Ventino.    


sabato 12 maggio 2012

La Trebbiatrice

Super Landini
Quando ero piccolo, dal 1937 al 1945, per i contadini, nel modenese, la trebbiatura, dai primi di Luglio, era un avvenimento.

La carovana che arrivava era composta da un trattore, (al mutor, un Superlandini), che trainava la trebbiatrice (al tripiador, il CARRA di Suzzara), la macchina per fare le balle di paglia (l’imbaladora della OMA) ed un carrello per gli accessori (le cinghie, la nafta, il filo di ferro, gli arnesi, ecc.).

Seguivano gli addetti, in bici; 18 persone in tutto. Tanta gente assieme non si vedeva mai, oltre ai vicini coi quali ci si aiutava a vicenda (a zerla) per tutte le molte necessità e per il trasporto dei sacchi di grano.

La trebbiatrice era un grande scatolone di legno di circa 4 mt x 6, alto 3,5 mt ed aveva sopra una vasca alta circa ½ mt dove arrivavano i covoni di grano gettati dal fienile dove erano stati prima accatastati, sulla quale due persone (i paiarein) si davano il cambio nell’ingrato lavoro di disfare i covoni ed alimentare le spighe nella buchetta di ingresso. Questi erano tutti imbacuccati per difendersi dal polverone e dalle graffiature, in un bagno di sudore tremendo.

Dentro, la macchina era composta da complicati meccanismi che svolgevano 4 fasi principali, la battitura, la vagliatura, la ventilazione e le separazioni delle parti.

La prima faceva uscire i grani dalle spighe, la seconda separava i grani in 4 grandezze di cui due, le più piccole, la terza il troppo grosso e l’ultima il grano buono.

Trebbiatrice
La terza, con grossi ventilatori, separava le polveri, la pula e le parti pesanti, mentre la quarta convogliava tutti i componenti nelle varie uscite: davanti i grani in 4 bocchette, di dietro, in alto, la paglia con un grande bocchello ricurvo che immetteva nell’imballatrice e in basso, di lato la pula (al làc) e le parti piccole leggere che venivano trascinate via da tre persone con grandi rastrelli in un apposito recinto.  Sulle pareti esterne un complicato intreccio di cinghie e pulegge trasmettevano i movimenti alle parti interne sopradescritte.

La trebbiatrice veniva piazzata e fissata davanti al finestrone del fienile da dove i covoni venivano estratti con i forconi, il trattore veniva posizionato davanti e contrapposto alla trebbiatrice a circa 8-10 mt, allineato in modo da poter montare un grande “cinghione”  che dal motore trasmetteva il movimento alla puleggia di arrivo della trebbiatrice. Questa operazione era fatta con grande attenzione ed alla fine il trattore veniva fermato con ceppi.

L’imballatrice, in fondo, riceveva la paglia ed uno scatolone dentellato che oscillava in alto e in basso (l’esen) la convogliava in una gabbia quadrata dove veniva stipata ed a una certa lunghezza la “balla” veniva legata con due fili di ferro, predisposti a parte ed espulsa. Il grano veniva raccolto in un contenitore calibrato da circa 50 kg e da questo versato nei sacchi di iuta da un quintale. Questi venivano pesati e portati, a spalla, nel “granaio”.

Data la stagione e l’ambiente, nonché l’occasione ed il prodotto essenziale, il clima era di grande allegria e le bevande scorrevano a fiumi. Quando la quantità da trebbiare era grande,  un intervallo era l’occasione di rumorose tavolate imbandite, di prodotti semplici ma molto apprezzati e tanto, tanto vino che alzava di molto il livello sonoro e le spiritosaggini.

A volte le “Spigolatrici” portavano il loro gruzzoletto approfittando dell’occasione e se ne tornavano contente del loro modesto ricavo. Durante la guerra specialmente, anche quel poco era molto importante. Le donne della famiglia approfittavano delle granaglie di scarto, quelle piccole, per gli animali da cortile che vendevano per le necessità loro e dei bambini.

Trebbiatura
Alla fine, ricomposto il tutto, la tradotta ripartiva subito per il prossimo impegno mentre nell’aia rimaneva un gran disordine, polverone, pula, residuati dappertutto ed occorrevano  giorni per ripristinare l’ordine iniziale.

Il nostro campo era piccolo; una ventina di Biolche (le modenesi di 2836 mq) e si producevano circa 35–40 quintali di grano (oggi credo che la produzione sia più del doppio), perché su quel terreno andavano ripartite le altre colture necessarie, cioè l’erba medica per almeno 4 mucche da latte (per il formaggio grana), il mais, i pomodori e poco altro.

Per me, ancora piccolo, c’era sempre tanto da fare, vai a prendere questo, porta via quest’altro, i sacchi vuoti, il filo di ferro…ah, già, il filo di ferro: questa era una ghiotta occasione per osservare da vicino tutti i particolari costruttivi del motore e delle macchine perché la mia passione era quella di costruire dei “cariolini” di filo di ferro che cercavano di imitare le funzioni di quelle macchine, come sterzavano le ruote anteriori del motore, come si trasmetteva il comando dallo sterzo, come si formavano di balle di paglia, ecc.

Tutte le mie numerosissime creature in filo di ferro, di cui ero orgoglioso, gli aratri, con tanto di vomeri, di scrocchi per l’abbassamento di inizio arature, i trattori, a ruote e cingolati, i modelli di aeroplanini, le trappole per le talpe, le elichette che ruotavano al vento, ecc., tutto perduto, perché li nascondevo accuratamente nei fossati, nell’erba e quando i grandi falciando l’erba li incontravano, andavano distrutti. Allora non c’erano per me altri giocattoli e quindi me li costruivo da solo, ma il confronto e la soddisfazione rispetto a quelli  comperati dai miei amici non è neanche lontanamente paragonabile.

Mi resta solo il rammarico di non poter più far vedere oggi a quanto e come si sopperiva allora in mancanza di tutto, con il solo impiego di filo di ferro di recupero, qualche pezzo di latta, uno scassatissimo paio di pinze, un paio di forbici e tantissimo ingegnoso impegno. Queste attività hanno lasciato in me un’evidente impronta nelle vicissitudini successive della vita, come desumibile in altri miei scritti.


Il Super Landini, conosciuto anche con la sigla S.L. 50, era un trattore agricolo costruito
dalla Landini nello stabilimento di Fabbrico (Reggio Emilia)
dal 1934 al 1951 per un totale di circa 3.200 esemplari.

Tra diario e hobby si ritrova un’Italia scomparsa

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