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| La baracca degli operai |
In seguito all’esito del corso per neodiplomati della Edison, il 06/06/’55 fui assunto dalla Ditta SALCI, una consociata del gruppo che si occupava di impianti idrici, in particolare di costruzioni di dighe, per ricavare energia elettrica sfruttando il salto delle acque, dai ghiacciai verso la pianura. La mia destinazione era “Il Pantano d’Avio”.
Finiti gli otto mesi del corso avevamo imparato tutto, o quasi, della Edison.
Ad Edolo avevo sentito dell’ultima diga in costruzione, sotto il tetto dell’Adamello, al Pantano, a monte della Val d’Avio, già completa di dighe e relative centrali che confluivano nell’alta Val Canonica. Era là che cominciava la mia esperienza di lavoro vero.
Ad Edolo, gli abitanti, rudi montanari avvezzi ad ogni difficoltà, di cui conservo buon ricordo, specie di alcuni che avrei trovato lassù, De Marini, Bertolo ed altri, si dicevano del Pantano condizioni di vita molto difficili, ma non quanto avrei immaginato.
Per arrivare alla centrale del Pantano d'Avio da Modena, occorrevano 16 ore, dalle 4 alle 20.
Da Edolo fino a Temù in camion, poi a piedi fino al fondo valle teleferica, a Fucine, poi su da 1200 circa a 2450, poi ancora a piedi, fino alle baracche, sotto la diga. In alto a sinistra, la “Frantumazione” del granito, proveniente dalla Cava Plem.
La buona accoglienza al cantiere, tipica dei bresciani in generale, mi aveva un po’ risollevato il morale dalla pessima impressione avuta dai racconti della gente, giù in paese.
Pioveva. La realtà del cantiere mi fu subito chiara. Il mangiare, lo stato delle baracche, l’aspetto degli operai, la TV, mesi interi di permanenza in cantiere, 10 – 12 ore di lavoro al giorno, stato generale depressivo. Nessun incarico specifico del lavoro da svolgere.
Il Capo Cantiere Ing. Leonardi e l’Ing. Zambelli, gestivano l’”avanzamento lavori” assistiti da un gruppo di geometri, di cui non conoscevo bene le mansioni, i quali mi fecero un nerissimo quadro.
Andai alla cava Plem con il geom. Volonté. I minatori facevano brillare le cariche provocando grosse frane, dalle quali i bulldozer riempivono i carrelli attaccati alla teleferica che trasportava diagonalmente il materiale alla frantumazione: quasi 2 chilometri.
Mi mettono in torre: mi chiamano il capo dei mugnai. Fuori nevischio e pioggia, ma il getto in diga deve andare di continuo, giorno e notte. E’ corto il periodo di getto, che non può scendere sotto i –6°C, cioè da circa metà Maggio ai primi di Ottobre. Comincio a fare relazioni per il Geom. Lorenzin (vice-capo cantiere) e per Magnani e Ferraris.
I colleghi prendono lo stipendio:33.000 £. Lugaresi, il romagnolo è a casa. Voglia di posta dalla fidanzata. Pellegrini non vorrebbe che facessi un disegno per un trasportatore. L’ing. Penta, De Marini e Bertacchi impegnati per i molti guasti alle attrezzature. Mateucci mi illustra i dati dell’Impianto e rifaccio disegni per una “capra” caduta (sabotaggio ?).
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| La frantumazione |
La Frantumazione è un alto edificio che riceve dall’alto i carrelli pieni di granito proveniente dalla cava e per caduta, su due linee parallele, attraverso grossi frantoi a cono eccentrico lo frantumano e cade nei sottostanti vibrovagli a più stadi per ripartire le diverse pezzature ai sili aventi “granulometrie” precise, da 100 mm fino al superfino, la polvere.
Alla base dei sili il materiale è prelevato, sotto pesatura e, secondo precise quantità per ciascun tipo, inviato alle impastatrici, che insieme al cemento, proveniente dai sili di arrivo da altre teleferiche, formano il prodotto di gettata, il quale, in appositi recipienti, è inviato in diga e trasferito sui 2 “Blondin” una specie di Ufo circolare, mosse da robuste teleferiche ancorate alle estremità della diga, per la distribuzione della colata su tutte le aree di gettata.
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| Il Blondin |
Per citare delle dimensioni, dirò che in Luglio '56 si raggiunsero i 1000 metri cubi di gettata al giorno (200.000 mc per tutta la diga). Poiché il granito frantumato non produceva sufficiente prodotto fine, un apposito Mulino a barre integrava il necessario, prelevato a parte. Le barre erano costituite da diverse decine di cilindri di ferro temperato del diametro di circa 10 cm, lunghe circa sei mt e che per l’abrasività del prodotto, a fine stagione, rimanevano pochi resti affusolati, lunghi 4 – 5 mt di diametro a metà di 4 – 5 cm e zero alle estremità.
L’ambiente era polverosissimo. Occorreva la maschera, che tanti non mettevano, malgrado le raccomandazioni e la minaccia di sanzioni e la silicosi fece una strage di persone pagando con gran numero di anni di vita, questa trasgressione e di ventilatori e di altri mezzi di protezione, intervalli di presenza, nemmeno l’ombra.
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| L'impianto di frantumazione ed il rischio di silicosi |
D’altronde tutto l’insieme era devastante. Turni di 12 ore, senza lavarsi, gente che si addormentava in piedi, appoggiata alle canale inclinate del materiale che scendeva con un rumore infernale, con la barba di mesi, impastata della polvere del granito, di aspetto orribile, per un piatto di minestra che forse mai prima avevano mangiato, per tornare, a fine gettata al pascolo montano, a soffrire e morire per la cristallizzazione della superficie polmonare, ma allora, quella era la normalità.
Io cercavo di difendermi alla meglio, con la maschera, sostando il più possibile in Sala Controllo, dando ordini col telefono (a manovella), facendo rapidi giri di controllo e poi uscendo dai punti più polverosi; ciononostante, per molto tempo dopo ho temuto che in seguito avrei dovuto fare i conti con questo trascorso che per fortuna così non è stato.
Nell’estate il personale in cantiere arrivò a mille unità. A fine Ottobre, a fine gettata, fummo trattenuti su in 12, per la manutenzione. Con tale prospettiva, dall’impatto in quei pochi mesi, io, che non sono un piagnucoloso, né mi spavento di fronte agli eventi della vita, a 24 anni il 21/11/’55, dalla disperazione, ho pianto. Quell’inverno fu durissimo.
Anche in pianura. Il termografo, per più di un mese segnò una riga continua a fondo scala, a –20°C. La neve copriva quasi completamente le baracche, la teleferica si bloccò e per molti giorni rimanemmo senza rifornimenti, la salita alla torre era un’impresa difficile; nonostante ciò non imparai mai a sciare. La montagna, in inverno non era fatta per me. Dal tetto dell’Adamello sporgeva una lastra di 16 metri di ghiaccio.
Con il capo Sala controllo Capi, un reggiano piuttosto ribelle, avevo fatto grande amicizia. Fu lui ad introdurmi nell’elettrotecnica e, poiché gli avevano pagato un corso di radio (Radio Elettra), per farlo star buono, lui che era stato radiato dalla scuola per aver preso a botte il Preside, mi riavvicinò anche alla radiotecnica, di cui in seguito avrei fatto i corsi di radio, modulazione di frequenza, transistors ed infine di televisione.
Per me comunque si prospettava l’assoluta necessità di uscire da quella situazione. Ripresi la ricerca di un posto di lavoro. Prima direttamente, poi, siccome da alcuni esami non mi arrivò mai la risposta, tramite il mio carissimo amico Guido Panini, amico fin dall’infanzia, in campagna, che mi invogliò a studiare e che mi aiutò moltissimo da Milano, fino all’esame alla Necchi di Pavia, dove fui assunto il 30/07/’56.
Il 27/07/’56, quando ho lasciato il Pantano, la diga era quasi finita. Dopo poco sarebbe iniziato l’invaso: 12,5 milioni di metri cubi d’acqua. Sono tornato lassù, con la famiglia, dalle ferie in Val Pusteria, il 15/09/’83. Il ghiacciaio non c’era più, per il cambiamento climatico.
Il bacino era pressoché vuoto. La diga controllata da un guardiano, ma il luogo era tornato desolatamente deserto. Al momento pensai al tanto lavoro, tante sofferenze, morti, miliardi di spese messi a rischio di parziale inutilità…. dal buco nell’ozono.
Oggi ci sono nuove centrali e nuovi progetti nella zona, per la forte necessità di trovare ed ampliare fonti di energia alternativa al petrolio, da cui dipendiamo.
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| La vista della diga in costruzione dall'edificio della frantumazione |





