Entrare nel mondo di Tonino

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Un ringraziamento ai lettori del blog

Tonino non è più con noi, ma questo blog conserva ancora molte cose di lui: i suoi interessi, le sue curiosità e il suo modo di guardare il mondo.
Queste pagine restano come una piccola traccia viva del suo passaggio.
Grazie di cuore a tutti quelli che lo hanno letto, commentato o che lo leggeranno in futuro.

mercoledì 29 febbraio 2012

Malessere-benessere

Ero un po’ in apprensione quella domenica. Strano. Non mi capitava quasi mai di essere preoccupato senza saperne di preciso la ragione. Uno strano senso di malessere, di intorbidimento, di oblio, misto quasi a paura. Forse avevo un po’ di febbre. No, la febbre dà altri sintomi, brividi e tremolii. No, non era la febbre. Forse era perché in settimana avrei avuto un compito in classe di italiano. Neanche.
Io mi autoreputavo di avere una discreta dose di fantasia e quindi qualunque tema mi fosse capitato, grammatica a parte, ero sicuro che avrei comunque trovato tanto da dire, caso mai il rischio sarebbe stato quello di scrivere troppo e quindi di fare più errori.
L’Antonietta, una giovane incontrata al ballo del suo paese, a diciassette anni, quasi una ragazzina, con la quale ci saremmo trovati alla sera e, più che ballare, avremmo giocato al solito, come il gatto con il gomitolo di lana. Ma no, che c’entrava, il problema non era lì.


lunedì 27 febbraio 2012

Un arrosto mancato


L’avevo individuato, infine, il nido dell’elegantissimo uccelletto nero dal becco giallo: era sul terzo olmo del filare vicino al fosso, dietro casa.
Il merlo nidifica prestissimo costruendo un magnifico nido tornito e tappezzato internamente con vellutati fili di arbusti che la femmina modella premurosamente, aiutata dal maschio che rifornisce il materiale.
Ai miei tempi, anni quaranta, nella pianura padana, nidificava fra le siepi e soprattutto sugli alberi fronzuti piuttosto alti da terra. Io sapevo tutto allora sui nidi degli uccelli, di ogni specie nella zona. Sapevo che la merla covava spesso cinque uova verdoline maculate di puntini neri, che impiantava il nido nel folto del fogliame degli alberi, che quando si accorgeva che il nido era stato individuato dai nemici (gatti, rapaci e specialmente i ragazzetti), se la cova era ancora in corso, abbandonava il nido, se invece i piccoli erano già nati accelerava l’alimentazione al fine di anticipare la “levata”. Insomma credevo di sapere proprio tutto.
Avevo scovato il nido acquattandomi nei pressi dove vedevo alternarsi il volo del maschio e della femmina, che non arrivavano mai direttamente al nido, ma compivano sempre una serie di false soste intermedie atte a confondere presenze indesiderate, quale la mia. E’ curioso vedere come gli esseri viventi, per difendere la propagazione della specie, si arrovellino in riti e finzioni veramente ingegnosi.
Quando io cercavo di salire su di un albero, a circa quattro metri di altezza, dove c’era “il nido”, entrambi i genitori si ponevano a poca distanza, dalla parte opposta da dove ero arrivato, ed iniziavano un clamoroso ed allarmato cicaleccio con la chiara intenzione di attirare la mia attenzione su di loro e  di distoglierla dalla possibile scoperta del loro nido.
La mia carissima zia Verina, quando le portavo qualche uccellino, li spennava e ci faceva, per noi quattro o cinque ragazzini, gustosissimi arrosti, che nella povera mensa familiare erano una vera e propria leccornia. Questo non l’ho mai dimenticato e sento il dovere di ricordarla, la buona zia Verina, anche ora che non c’è più e che, come la merla, si prodigava così premurosamente per noi bambini, ignari.
Ero salito arrampicandomi sul tralcio dell’uva sostenuto dall’albero ed avevo visto il nido con dentro già i piccoli, appena nati, ancora pelosi e boccheggianti e, cercando di lasciare meno tracce possibili, ero disceso contento facendo i miei calcoli.
Sapevo che dopo la cova di una quindicina di giorni, i piccoli crescevano ed in circa dieci o dodici giorni erano pronti a lasciare il nido, anche se nei primi giorni seguenti, non riuscendo ancora a volare, si nascondevano a terra fra le colture, alimentati dai genitori, che si alternavano frettolosamente e li difendevano da possibili predatori, con la stessa tecnica di sviare l’attenzione dei cacciatori attirandola su loro stessi.


Era questo il periodo più pericoloso per i piccoli non ancora capaci di salvarsi volando ed inconsci di quanto gli capitava attorno. In questa fase perivano così la maggior parte dei nuovi nati delle tre cove annuali. Il cibo era costituito di lombrichi e piccoli insetti e la crescita proseguiva a marcia forzata nella corsa esasperata per salvare gli inesperti uccellini.

Io non costituivo alcun pericolo per i merli adulti, non avendo fucili, essendo pressoché impossibile colpirli con la fionda e quindi, al fine dell’arrostino, l’unica possibilità era di cogliere i piccoli appena prima che uscissero dal nido o appena dopo, lì in giro, ma in quest’ultimo caso al massimo se ne poteva prendere uno, nella difficile gara fra me e qualche gatto di passaggio, che ne fiutava l’odore, alle primissime luci dell’alba.
Ogni giorno che passava io andavo nelle vicinanze, di soppiatto, a controllare se c’era qualcosa di nuovo e se vedevo ancora i “vecchi” alternarsi nel loro alacre lavoro. Il pericolo era ancora che abbandonassero i piccoli. Cinque uccellini erano una bella preda. Già pregustavo l’intingolo che avrebbe preparato la zia. L’attesa era snervante. Avevo preparato un cestino con il coperchio, dove mettere il bottino. Era tutto predisposto.
Alla mattina dell’ottavo giorno, da quando avevo trovato la nidiata, mi preparai all’impresa con molta circospezione. Non avevo scale, non dovevo fare molto rumore per non spaventare la nidiata che avrebbe potuto scapparmi via sotto il naso e anche per non allarmare mamma e papà. La salita con il cestino era difficile. Alla fine giunsi trafelato sopra l’olmo. Di lato vedevo il fondo del nido. Nessun rumore, neanche dei vecchi. Un balzo, lo scostamento rapido dei rami, pronto ad agguantarli tutti, sorpresa: il nido era già vuoto !




sabato 11 febbraio 2012

Falci mancine ed antichi mestieri

Falce mancina

Era l’estate del 1958. Ero andato nella ferramenta di Ponte Nuovo (in seguito al mio trasferimento da Modena a Ravenna) per l’acquisto di materiali per i lavori di casa. Nell’attesa del mio turno notai, in alto appesa ad un gancio, una falce: era una falce “mancina”.

Solo chi l’aveva usata, come me, da 10 a 19 anni, poteva notare che non era una normale falce destra. Parlo di falci per mietere il grano. Al mio turno, chiesi: vorrei quella falce là in alto. Ma ne abbiamo diverse qui in basso, mi rispose gentilmente il commesso. No replicai, voglio quella. Me la prese giù con la scala, gli spiegai il perché, pagai e tornai a casa, dove ero in affitto, lì vicino, presso il sig. Morghenti.

Ora voglio spiegare il perché di quella richiesta. Di nascita io ero prevalentemente mancino, cioè usavo meglio la mano sinistra. Solo a scuola la maestra delle elementari mi aveva insegnato ad usare la destra, allora si usava così, a suon di bacchettate, ma che debbo ringraziare perché nella vita molte sono le occasioni di inconvenienti nell’uso della sinistra, ad esempio tutte le forbici comuni per sartoria, le cesoie, ecc. hanno negli occhielli dell’impugnatura con un adattamento allargato sul pollice per la mano destra.

Usate con la sinistra questa conformazione rende tagliente l’appoggio e quindi per un mestiere che le usi di continuo non sarebbe stato possibile. Altri attrezzi hanno questa anomalia, che non viene rilevata dalla quasi totalità della gente che è destra. Ecco perché è meglio essere ambidestri.

Per la falce in oggetto, la differenza sta nel fatto che su di un lato, sul bordo esterno della curvatura c’è una nervatura di rinforzo come appare dalla prima foto qui a lato, rispetto all’altra, la seconda, rovesciata. Il movimento di mietitura consisteva nell' abbracciare con la falce, impugnata con la destra, un  certo numero di steli con le spighe e ruotarla con la punta verso il basso e contemporaneamente con la mano sinistra stringere gli steli abbracciati unendoli e quindi reciderli tirando forte indietro la falce.

Questi movimenti combinati della falce determinano uno sforzo trasversale al piano della lama, che tende a svergolarla. La nervatura rinforza la lama e si oppone allo svergolamento quasi solo nel senso di rotazione. Appare quindi chiaro che la nervatura serve solo dall’una o dall’altra faccia a secondo che chi la usa sia destro o mancino.

Io non l’ho mai usata la falce mancina, perchè questa mia che ho conservato, l’ho trovata solo dopo che le falci non si usavano più perché nel frattempo erano subentrati altri modi di mietitura. Le falci che usavo io erano tutte destre e quindi svergolatissime, rendendo il lavoro più difficoltoso e al limite rompendole nell’uso di fusti più resistenti, come il granoturco, ecc.

A chi servono queste quisquilie, a nessuno ormai, pur essendo state usate per secoli; e dove mai si potrebbe trovare una falce mancina a ricordo, vista la rarità anche quando occorrevano ?

Solo da un collezionista, un po' maniaco, come il sottoscritto.





mercoledì 8 febbraio 2012

Un breve quadro, dal 1931 al 1945

Accorsi e Tosatti. Anni '40 Nonantola
Le 2 famiglie Tosatti al completo (ottobre 1945) - Campazzo (MO) 
Bruna e Verina Accorsi sposate con Valentino e Marino Tosatti

In Italia, il periodo che andò dal 1931 al 1945 fu veramente terribile, per la grande miseria e crisi economica e per lo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1939.

A quattordici anni, nel ’45, appena adolescente, il mio obbiettivo era studiare.

Nella campagna modenese, per un contadino come me, il maggiore di sei bambini in una famiglia di dieci persone; due fratelli sposati con due sorelle e ciascuna coppia con tre figli, in un lembo di terra devastato dalla guerra, senza luce elettrica, senza acqua potabile, senza una strada e soprattutto senza soldi, non era un problema da poco.

Usciti dalla guerra in condizioni miserevoli, la mia famiglia visse in quegli anni in uno stato di ristrettezze estremo, in inverno la “stalla” era quasi tutto: due gabbie di conigli, due vitelli, un maiale e quattro mucche, salvate dai tedeschi, davano il riscaldamento, il latte, il formaggio, la carne e fuori, sotto la neve, gli spinaci, il prezzemolo, l’insalata, da vendere al mercato alla lontanissima Modena. Per fortuna c’erano pane e vino.

Solo questo paragrafo basterebbe per descriverne molti altri, come le donne nella stalla che filavano la canapa e la tessevano per fare lenzuola, asciugamani ed allevavano i conigli per comprare un po’ di sale, lo zucchero e l’olio, tutto ridotto a spiccioli, e quasi nient’altro.

Gli uomini fuori potavano le viti e le piante, raccoglievano le verdure e nella stalla governavano gli animali, preparavano gli attrezzi per la campagna e pulivano le verdure.

La mattina dopo, prestissimo, mio padre, che fungeva anche da capo famiglia, con un grande carretto, tirato da una somarella, presa in prestito dal vicino, portava le verdure al mercato a Modena, distante quindici Km. dei quali il primo era una carreggiata pressoché impraticabile, ed altri cinque di strada sterrata, più buche e fango che sassi, mentre lo zio accudiva al bestiame e portava il latte al caseificio per il formaggio grana.

In estate poi le fatiche si moltiplicavano; dalla falciatura, essiccamento ed insilaggio del fieno, alla falciatura, messa in covoni e trebbiatura del grano alla protezione della vite con acqua, calce e solfato di rame per salvare un po’ d’uva e di pomodori, tutto fatto esclusivamente a mano, con fatiche bestiali e risultati da minimo della sopravvivenza, sono altrettanti argomenti il cui approfondimento necessiterebbero di ben altro spazio.

Dette oggi queste cose, sembrerebbero avvenute nel medio evo; ma allora la mia voglia di studiare, dove il significato vero era quello di affrancarsi da una miseria più vicina alla schiavitù che alla vita anche modesta di altre classi lavoratrici, quali operai e simili era praticamente impossibile, stando anche il fatto che mio padre non voleva mettere a rischio l’unità della famiglia poiché nessun altro figlio avrebbe potuto studiare.




Da questo quadro, alla situazione attuale, dove ad ottant’anni, non scrivo più con il calamaio ed i pennini sul banco di scuola che mi hanno visto imparare l’A, B, C, e neanche con l’Olivetti Lettera 22, che conservo, ma con mouse e tastiera su Internet per raccontare quanto sia stata cocciuta la testardaggine e l’impegno per arrivare nel ’53 al diploma di perito meccanico (quando in Italia i diplomati e laureati erano giunti a poco più del 10%).





martedì 7 febbraio 2012

L'Italia del 1931: il codice Rocco e la crisi economica.

Famiglia Tosatti di Nonantola - anni '40
Questa foto ritrae la mia famiglia e dovrebbe risalire a metà degli anni '40.
Mia mamma Bruna, con in braccio mio fratello Erio, mia sorella Alfa,
dietro ci sono io e accanto mio padre Valentino, (Tino).

Sono nato nella campagna di Nonantola, in provincia di Modena, il 20 agosto 1931.

L'italia del 1931

Quando sono venuto al mondo, se avessi subito potuto guardarmi attorno, avrei visto il seguente panorama:  l’Italia con circa 41 milioni di abitanti.  Attivi il 44,4%, di cui il 51,7% in Agricoltura, il 26,3% nell' Industria e il 22% nei Servizi.

Codice Rocco, il Codice penale italiano
Era l'anno dell' entrata in vigore del Codice Penale Italiano, noto come codice Rocco e di una politica di salvataggio dello Stato nei confronti delle banche, in difficoltà per la crisi economica. Questione che purtroppo conosciamo bene anche nel nuovo millennio.

Nell' Italia del 1931, il prodotto interno lordo era così ripartito:

  • agricoltura il 38,3%, 
  • industria il 25,1%, 
  • terziario il 24,3%, del quale il 12,3% nell’ amministrazione pubblica.

Nella popolazione quelli che lavoravano erano 18.212.000 ed i non attivi erano 22.831.000.

La paga mensile era circa:
  • contadino £. 90, 
  • operaio £. 200, 
  • impiegato £. 270, 
  • ragioniere £.350, 
  • alto dirigente da 900 a 1000 £.
Nel 1931 e negli anni successivi, l’Italia toccò il punto più basso della crisi economica del ’29, scatenata dall’alta finanza USA, con uno dei maggiori tributi mondiali, imposti dal Regime, come da questi pochi cenni:
  • crollo dei titoli azionari del 40%, 
  • l’agricoltura perde l’11%, 
  • l’industria manifatturiera il 15%, 
  • la disoccupazione sale ad un milione di unità, 
  • i fallimenti sono 14.000. 

Questo il prezzo del “risanamento” delle banche e .. dei banchieri:
  • le imposte passano in 8 anni da 12 a 21 miliardi di lire,
  • il pane al costo di 2 £/kg ha 60 cent. di tasse e più ancora per sale e zucchero che su 7,45 £/kg ben 5.32 sono di tassa governativa. 
  • falliscono le banche di Stato austriaca e tedesca. 
Gli USA “esigono” il pagamento dei debiti.

E’ un quadro che stiamo rivivendo oggi, nel 2012.
Allora pagarono quasi solamente quelli di sempre, come oggi.

Da allora in Italia, nel ’31, alla fine della guerra, furono anni di sofferenze, di dittature, di rivincite colonialiste e cinque di guerra mondiale con 60 milioni di morti ed infinite stragi bestiali, distruzioni, rovine e fame fino al capolinea, nel 1945.


Tra diario e hobby si ritrova un’Italia scomparsa

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