mercoledì 7 novembre 2012

La Vendemmia negli anni '30-'50


Il terreno su cui abitavamo dal 1937, era quasi completamente ricoperto da una folta vegetazione in doppi filari di olmi e di pioppi che sostenevano i tralci delle viti che purtroppo non davano grande produzione per tutta una serie di ragioni che al giorno d’oggi sarebbero una vera offesa al buonsenso, ma che allora neanche s’immaginava di capire.

Innanzitutto le piante che sostenevano le viti succhiavano più del 70%  del nutrimento delle viti stesse, mentre sarebbero bastati pali di legno, di cemento o di ferro per triplicare la produzione, poi nessun concime era disponibile e lo stallatico liquido e solido non erano adatti per il sapore che infondevano nel vino, poi l’arrampicatura delle viti sulle piante che danneggiava in parte il raccolto perché per cogliere i grappoli occorreva strappare giù i tralci rovinando tralci e grappoli, ed infine per sostenere i lunghi tralci occorreva tutta una stesura in fili di ferro, attraverso i doppi filari, con costi e fatiche incredibili.
Filari vigneto

Lo schizzo che riporto a lato da appena un’idea di come venivano complicate le cose semplici, attuali. I tipi di uve poi, di cui non ricordo più i nomi che qui citerò, in parte in dialetto, quali il lambrusco, l’ova Covra, il salamino, la brugnola, l’ova Maria, la grasparossa, al maiol, ecc.

Inutile dire che
anche la scelta dei tipi non si discostava mai da quelli tradizionali, anche perché non esistevano scambi di informazioni, diffusioni di notizie e tutto procedeva sempre staticamente come prima.

Del resto la misera produzione serviva in parte per il proprio consumo, che ogni mezzadro si produceva autonomamente, secondo le usanze di nonni e bisnonni ed il resto si portava alla Cantina Sociale, con birocci carichi di cassette.Per non parlare di come si produceva il vino. L’uva vendemmiata si raccoglieva in panieri, coi quali si riempivano cassette che il più delle volte ognuno si costruiva per conto proprio con assicelle di pioppo ritagliate opportunamente e con la marchiatura delle iniziali.

Io stesso, durante la guerra e subito dopo ho lavorato molto alla costruzione di queste cassette della misura di circa 70x45x45 cm, di cui ne conservo ancora una (costruita però dopo da mio cugino Renzo), altri invece le facevano di 80x48x16 cm, come quella che poi ho usato come mia libreria durante gli studi e che ora fa da bacheca per i barattoli di accessori (chiodi, viti, dadi, cuscinetti, ecc. del mio laboratorio).

Ma procediamo per la produzione del vino. Le cassette d’uva venivano portate a casa ed accatastate nel cortile. A turno fra i cinque contadini della proprietà l’unica mostatrice veniva usata per schiacciare l’uva e tutto il contenuto, mosto e graspe, finivano in un tino dove avveniva la fermentazione.

La spillatura di un po’ di liquido serviva per assaggiare il grado di fermentazione e quando l’addetto, in questo caso mio padre o mio zio, riteneva che bastasse, specie per il tipo di uva mostata, veniva levato tutto il mosto liquido e messo in una botticella o un altro tino più piccolo per la sedimentazione del solido.

La parte solida che restava nel tino, cioè le graspe, i mostaccioli e il “fisso”, venivano stipati con legni ed assi e “puntellati” con un palo al soffitto in modo che l’aggiunta di un po’ d’acqua ricoprisse di liquido tutto il contenuto. Dopo qualche giorno di successiva fermentazione, il secondo vino (chiamato in dialetto “al puntalon”), serviva da bere così a breve scadenza come vino da pasto, in verità una schifezza biasimata da tutti, ma quella era allora l’economia.
Spesso, prima di fare il secondo vino o invece dello stesso, le graspe e tutto il solido, venivano pressate con un torchio che faceva strizzare un altro po’ di vino, che veniva messo a decantare e messo in damigiane o botti separate.

Tutto il vino in seguito veniva “tramutato”, di botte in botte, fino a raggiungere un grado di limpidità idoneo per l’imbottigliamento o il consumo diretto.
L’ultimo prodotto delle decantazioni (che mia madre chiamava “il fisso dei fissi”, per dire l’ultima parte solida delle decantazioni, si usava per fare la saba, mosto cotto fino ad alta densità, che in campagna si usava per fare dolci, da mangiare così con la polenta e si usava anche come ingrediente dolce per fare granite di neve.
Infine, le graspe seccate, con i mostaccioli (i gramustein) si vendevano ad un tale per ricavarne dell’olio. L’odore acre del tutto, nei cortili, era invece ben tollerato, perché indizio di buon bere per tutto l’anno. Dell’igiene, della pulizia e dei controlli, è meglio non parlarne, mentre sciami di moscerini, attorno ai tini e  tutt'attorno, erano il comune corollario della cantina.

Tornando indietro invece ai vigneti, che allora non si chiamavano così, rimangono da citare tre cose: 
  • la potatura, 
  • la protezione dell’uva 
  • la vendemmia. 
La potatura delle viti si faceva ogni due anni. Ogni campo era diviso in due parti pressoché uguali: in una si potava un anno e l’altre l’anno successivo. In termini dialettali la parte da potare nell’anno si chiamava “perdga” da pertica, perché l’uva in maturazione doveva essere sostenuta con pertiche (i palon) perché più pesante, mentre quella dell’anno successivo veniva detto “anguanen” che non so più cosa voglia dire e che non c’è più nessuno a cui chiederlo.

Durante la vegetazione estiva della vite, questa doveva essere difesa dall’Oidio e dalla Peronospora: queste operazioni si facevano irrorando tutto il fogliame ed i grappoli, in cicli successivi, in base all’andamento climatico, trattando con solfato di rame sciolto in acqua, più calce anch’essa sciolta in acqua e zolfo dato a parte con appositi soffiatori a mantice.

La vendemmia, che si faceva in genere dalla seconda metà di Ottobre, era un avvenimento particolare. Di allegria e di buonumore quando il tempo era sereno ed ancora soleggiato, ma piuttosto gramo con la pioggia ed ancora peggio con la nebbia. Le lunghe scale da spostare, il fango, i vestiti bagnati, il cielo lugubre, i grappoli che in ultimo sembravano tanti topolini per la muffa, davano un senso di tristezza e di voglia di finire.

Ma a S. Martino, la nebbia agli irti colli…ed anche in pianura, va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar.

4 commenti:

  1. Grazie per aver condiviso i tuoi ricordi :)

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  2. Di nulla, ho visitato il tuo blog e mi piace molto. Ciao Tonino

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  3. ciao sono Luciano Panini, l'ultimo della famiglia nato a Campazzo, figlio di Beppe, mi ha fatto molto piacere condividere i tuoi ricordi, che in gran parte sono anche i miei, anche se sono un po' piu' giovane di te.

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    1. Ciao, Luciano, Che piacere avere tue notizie. Stavo proprio pensando a qualcuno che ricordasse le nostre RADICI.
      Penso che sarai contento di trovare un mio post tutto dedicato alla cara famiglia Panini, anzi fallo presente a Guido ed agli altri citati. Lo troverai nel nel post AMICI PER LA VITA, con tanti altri che ricordano i tempi passati ed è citato anche tuo padre. Sarò felice di averti fra i lettori fissi. Spero di sentirti presto.

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