venerdì 11 maggio 2012

La trebbiatura negli anni 1930/40

Quando ero piccolo, dal 1937 al 1945, per i contadini, nel modenese, la trebbiatura, dai primi di Luglio, era un avvenimento.

La carovana che arrivava era composta da un trattore, (al mutor, un Superlandini), che trainava la trebbiatrice (al tripiador, il CARRA di Suzzara), la macchina per fare le balle di paglia (l’imbaladora della OMA) ed un carrello per gli accessori (le cinghie, la nafta, il filo di ferro, gli arnesi, ecc.).

Seguivano gli addetti, in bici; 18 persone in tutto. Tanta gente assieme non si vedeva mai, oltre ai vicini coi quali ci si aiutava a vicenda (a zerla) per tutte le molte necessità e per il trasporto dei sacchi di grano.

La trebbiatrice era un grande scatolone di legno di circa 4 mt x 6, alto 3,5 mt ed aveva sopra una vasca alta circa ½ mt dove arrivavano i covoni di grano gettati dal fienile dove erano stati prima accatastati, sulla quale due persone (i paiarein) si davano il cambio nell’ingrato lavoro di disfare i covoni ed alimentare le spighe nella buchetta di ingresso. Questi erano tutti imbacuccati per difendersi dal polverone e dalle graffiature, in un bagno di sudore tremendo.

Dentro, la macchina era composta da complicati meccanismi che svolgevano 4 fasi principali, la battitura, la vagliatura, la ventilazione e le separazioni delle parti.

La prima faceva uscire i grani dalle spighe, la seconda separava i grani in 4 grandezze di cui due, le più piccole, la terza il troppo grosso e l’ultima il grano buono.

La terza, con grossi ventilatori, separava le polveri, la pula e le parti pesanti, mentre la quarta convogliava tutti i componenti nelle varie uscite: davanti i grani in 4 bocchette, di dietro, in alto, la paglia con un grande bocchello ricurvo che immetteva nell’imballatrice e in basso, di lato la pula (al làc) e le parti piccole leggere che venivano trascinate via da tre persone con grandi rastrelli in un apposito recinto.  Sulle pareti esterne un complicato intreccio di cinghie e pulegge trasmettevano i movimenti alle parti interne sopradescritte.

La trebbiatrice veniva piazzata e fissata davanti al finestrone del fienile da dove i covoni venivano estratti con i forconi, il trattore veniva posizionato davanti e contrapposto alla trebbiatrice a circa 8-10 mt, allineato in modo da poter montare un grande “cinghione”  che dal motore trasmetteva il movimento alla puleggia di arrivo della trebbiatrice. Questa operazione era fatta con grande attenzione ed alla fine il trattore veniva fermato con ceppi.

L’imballatrice, in fondo, riceveva la paglia ed uno scatolone dentellato che oscillava in alto e in basso (l’esen) la convogliava in una gabbia quadrata dove veniva stipata ed a una certa lunghezza la “balla” veniva legata con due fili di ferro, predisposti a parte ed espulsa. Il grano veniva raccolto in un contenitore calibrato da circa 50 kg e da questo versato nei sacchi di iuta da un quintale. Questi venivano pesati e portati, a spalla, nel “granaio”.

Data la stagione e l’ambiente, nonché l’occasione ed il prodotto essenziale, il clima era di grande allegria e le bevande scorrevano a fiumi. Quando la quantità da trebbiare era grande,  un intervallo era l’occasione di rumorose tavolate imbandite, di prodotti semplici ma molto apprezzati e tanto, tanto vino che alzava di molto il livello sonoro e le spiritosaggini.

A volte le “Spigolatrici” portavano il loro gruzzoletto approfittando dell’occasione e se ne tornavano contente del loro modesto ricavo. Durante la guerra specialmente, anche quel poco era molto importante. Le donne della famiglia approfittavano delle granaglie di scarto, quelle piccole, per gli animali da cortile che vendevano per le necessità loro e dei bambini.

Alla fine, ricomposto il tutto, la tradotta ripartiva subito per il prossimo impegno mentre nell’aia rimaneva un gran disordine, polverone, pula, residuati dappertutto ed occorrevano  giorni per ripristinare l’ordine iniziale.

Il nostro campo era piccolo; una ventina di Biolche (le modenesi di 2836 mq) e si producevano circa 35–40 quintali di grano (oggi credo che la produzione sia più del doppio), perché su quel terreno andavano ripartite le altre colture necessarie, cioè l’erba medica per almeno 4 mucche da latte (per il formaggio grana), il mais, i pomodori e poco altro.

Per me, ancora piccolo, c’era sempre tanto da fare, vai a prendere questo, porta via quest’altro, i sacchi vuoti, il filo di ferro…ah, già, il filo di ferro: questa era una ghiotta occasione per osservare da vicino tutti i particolari costruttivi del motore e delle macchine perché la mia passione era quella di costruire dei “cariolini” di filo di ferro che cercavano di imitare le funzioni di quelle macchine, come sterzavano le ruote anteriori del motore, come si trasmetteva il comando dallo sterzo, come si formavano di balle di paglia, ecc.

Tutte le mie numerosissime creature in filo di ferro, di cui ero orgoglioso, gli aratri, con tanto di vomeri, di scrocchi per l’abbassamento di inizio arature, i trattori, a ruote e cingolati, i modelli di aeroplanini, le trappole per le talpe, le elichette che ruotavano al vento, ecc., tutto perduto, perché li nascondevo accuratamente nei fossati, nell’erba e quando i grandi falciando l’erba li incontravano, andavano distrutti. Allora non c’erano per me altri giocattoli e quindi me li costruivo da solo, ma il confronto e la soddisfazione rispetto a quelli  comperati dai miei amici non è neanche lontanamente paragonabile.

Mi resta solo il rammarico di non poter più far vedere oggi a quanto e come si sopperiva allora in mancanza di tutto, con il solo impiego di filo di ferro di recupero, qualche pezzo di latta, uno scassatissimo paio di pinze, un paio di forbici e tantissimo ingegnoso impegno. Queste attività hanno lasciato in me un’evidente impronta nelle vicissitudini successive della vita, come desumibile in altri miei scritti.

mercoledì 9 maggio 2012

Azienda Nazionale Idrogenazione Combustibili: ANIC. Parte prima.

Al termine dei miei studi, con il diploma, nel ’53 di Perito Industriale specializzazione Meccanica, avevo spedito tante richieste di lavoro alle maggiori Società d’Italia, scelte da un elenco che mi ero preparato già da molto tempo prima. Fra queste l’AGIP, una Società del Gruppo ENI, recentemente formata per attività in campo petrolifero, con sede a Cortemaggiore (PC). Avevo sostenuto un primo esame, a S. Donato Milanese e in risposta mi dissero che sarei stato tenuto in considerazione per un nuovo Stabilimento a Ravenna.
Nel frattempo ero stato assunto presso una fornace prima, con mansioni di officina di manutenzione ed in un secondo momento presso la scuola di provenienza l’Istituto Tecnico Fermo Corni di Modena presso la sede distaccata di Monfestino per le materie di Tecnologia e Disegno delle classi di Avviamento professionale.
In seguito alle indicazioni di cui sopra, il 02/11/1955, mi recai a Ravenna per sapere quando avrei potuto essere chiamato e a che punto era questa nuova Fabbrica. L’arrivo alla stazione fu piuttosto deludente. Un densissimo nebbione avvolgeva tutto quanto e, alla richiesta di dove fosse l’ANIC, nessuno ne sapeva nulla, solo un tale, molto dimesso, mi indicò un torpedone azzurro in partenza, verso… la nebbia.
Questa “Corriera” dopo qualche chilometro si fermò davanti ad un monumentale ingresso: capii che era il cimitero. Era il giorno dei morti. Verso Est si scorgeva appena la sagoma di due grandi torri. Pensando che fosse l’ANIC, chiesi come arrivarci. Mi dissero che dovevo tornare alla stazione ed andare dall’altra parte perché in mezzo c’era un grande canale, il Canale Corsini. Replicai che per l’ANIC mi avevano accennato quel mezzo ed allora mi indicarono una stradina che andava verso nord. Le due torri erano della SAROM.
Mi incamminai lungo quella via; ai lati i grandi pini sparivano nella nebbia, il tutto ovattato, mentre in lontananza si udiva solo lo sferragliare di trattori o bulldozer, ma tutto era immobile, ne una persona, ne un cane, ne un uccello, nulla. Era proprio il giorno dei morti.
Dopo circa un chilometro la strada si interrompeva. Da un lato, da un box in lamiera uscì un omino, vestito il borghese, ma con un berretto con scritto: ANIC. Alla mia richiesta mi disse che stavano “già” preparando l'area e che dopo avrebbero fatto la fabbrica lì.  Scampa cavallo !. Ritornai malinconicamente a Modena piuttosto depresso. Sarebbero trascorsi sedici mesi, prima di essere richiamato.

Nel frattempo, avendo vinto un concorso in Ferrovia ero stato assunto a Bologna, ma per solo undici giorni, perché in seguito ad un’altra domanda fatta molto prima alla EDISON di Milano, mi ammisero al Corso di formazione per Neodiplomati a Pallanza, sul Lago Maggiore.
La decisione non fu facile, perché mio zio Gino Dallari, dipendente delle Ferrovie a Bologna, che mi aveva indirizzato a quel concorso e che ne aveva seguito tutte le fasi, era orgoglioso del fatto che io, col numero 1111 fossi arrivato secondo, si diceva sicuro che io avrei potuto seguire una carriera importante e mi andava magnificando con tutti i conoscenti.
Scelsi lo stesso la Edison perché il Corso, di dieci mesi, era già per tecnici specialistici, per la possibile assunzione di seconda categoria (tutte le Ditte assumevano il personale in terza categoria o come operai) e soprattutto con assegno mensile di 55.000 £, il doppio circa delle Ferrovie. Lo zio era deluso per la mia scelta, il mio povero zio, che morì a sessantun anni, sei mesi dopo la pensione, per tumore da amianto (delle carrozzerie dei treni).

Il Corso di 180 diplomati, per assumerne 150, scelti fra i migliori degli Istituti italiani, fu il periodo più bello che io ricordo della mia vita. Lo stridente contrasto fra la mia misera provenienza e l’ambiente in cui fui catapultato, mi procurò qualche difficoltà e dovetti metterci il massimo della mia attenzione nel “copiare” comportamenti, il vestire, il parlare, il mangiare, insomma dalla stalla alle stelle. Rimaneva la paura dell’esclusione.
Specialmente il parlare: dal mio dialetto emiliano, da come mamma mi aveva insegnato, all’Italiano dei colleghi, provenienti da tutte le regioni, fu il primo “salto”, faccio un esempio: se dicevo una barzelletta in dialetto ai miei amici a casa, tutti ridevano; se dicevo la stessa barzelletta in italiano ai miei colleghi ora, non rideva nessuno.

Alla fine fui assunto. Destinazione SALCI, una Società per Costruzioni di dighe, per centrali idroelettriche, che operava in alta Val Camonica, sotto l’Adamello, allora un ghiacciaio, alla quota di 2550 mt., ( La diga del PANTANO D'AVIO (1955-1956): prime esperienze di lavoro); seconda categoria, stipendio £.68.000.  Era una cifra favolosa per me. L’inverno tra il 1955 ed il 1956 fu terribilmente freddo. La conclusione di questo periodo, a diga quasi ultimata, avvenne nel Giugno del ’56. Su richiesta mia ottenni un esame alla Necchi, Macchine per cucire. Fui assunto: terza categoria, uguale stipendio. Addetto al miglioramento tecnologico delle macchine automatiche, torni, rettifiche, fresatrici, ecc.

Nel Gennaio del ‘57 mi richiamò l’ANIC. La Fabbrica stava sorgendo.


Disbrigate le pratiche per l’assunzione, che ora era urgente, fui assunto il primo di Marzo: Ufficio Collaudi. Seconda categoria, 80.000 £ di stipendio, più la casa nel costruendo Villaggio ANIC. Ero il n. 80 di oltre 3500 che sarebbero diventati dopo solo qualche anno, ma più di 1200 solo nel primo anno. Le ruspe stavano ancora lavorando.
Quando approdai all’ANIC era in allestimento la recinzione. Si stavano tracciando le strade interne. Cominciavano a sorgere i primi edifici, i magazzini, un agglomerato di abitazioni, dove fu approntato l’ “Ufficio Personale” e soprattutto enormi ponteggi per la costruzione delle allora altissime torri di raffreddamento e le grandi strutture metalliche per il Solfato Ammonico, per le Gomme, per la Centrale elettrica, per le “Sfere” del Parco serbatoi, per il Frazionamento aria, per il Trattamento Acque e le Officine.
Le attività erano frenetiche. Il primo anno fu una vita da pionieri. Ogni giorno arrivavano lunghe file di camion stracarichi di tutto: tubazioni, apparecchiature, macchine, motori, una marea di pali di rinforzo del terreno, poiché la fabbrica sorgeva sul terreno acquitrinoso del delta padano, strutture metalliche, di tutto e di più ed individuare dove ognuna cosa dovesse andare era problematico ed a volte impossibile.



Lo Stabilimento, allora di simile, in Italia, c’era solo la Montecatini di Ferrara, da cui provennero molti dei capi che gestirono egregiamente questa fase molto turbolenta, mentre tutti gli altri, a tutti i livelli, me compreso, faticavano a raccapezzarsi e questo stato contribuì molto a formare lo spirito organizzativo di ciascuno. Inizialmente lo Stabilimento era stato impostato per la produzione di gomme e concimi, solo dopo seguirono altre attività.
L’obbiettivo era di iniziare le produzioni base entro la fine dell’anno. Per quella data dovevano essere pronti tutti i servizi, aria, metano, vapore e tanti altri, compresi ovviamente gli impianti della gomma e dei concimi, ciascuno con i propri impianti accessori, come l’Acetilene, lo Stirolo, il Butadiene, l’Acetaldeide, il Parco Serbatoi, il Texaco, la Carbonatazione, l’Acido Nitrico, la prima parte dei Magazzini e la Sintesi Ammoniaca  con i grandi compressori Pignone e gli enormi motori rifasatori.
Il Pipe Rack, l’intralicciatura che correva a lato delle “Isole” per il collegamento delle tubazioni fra un impianto e l’altro fu il banco di prova per il riconoscimento degli elementi che componevano le linee per i fluidi più svariati e le montagne di flangie, curve, valvole, ma anche pompe e motori, ecc., erano ciascuna da riconoscere, da trovare, da stralciare dagli ordini, da verificare ed approntare per la loro definitiva destinazione, nelle 28 “Isole”.

L’obbiettivo fu largamente raggiunto. Il grande impegno mantenuto. Il progetto del Grande Enrico Mattei, uomo, prima che Capitano d’Industria e forse causa della sua disgrazia, era una realtà. Ravenna era cambiata. Da zona di pescatori e contadini era diventata la culla di un poderoso insediamento petrolchimico moderno, basato sul metano scoperto in mare e nel retroterra ravennate.






domenica 6 maggio 2012

Il 1° giorno di scuola.

Il ricordo che mi è rimasto di questo giorno, ovviamente, è molto affievolito sia per la tenera età che avevo, sia per il molto tempo trascorso, quindi le notizie riportate sono da valutare anche in questa ottica, per quanto derivante da quel che si diceva, nel contesto della situazione sociale esistente, nell’ambiente rurale in cui ciò avveniva.
Il primo giorno di scuola è sempre un avvenimento, per un bambino, specie se nel contesto familiare gli “avvenimenti” sono molto rari. Il bel grembiulino nero con un grande bavero bianco da chiudere con bottone ed asola, che mamma premurosamente mi aveva preparato, una cartellina di cartone, contenente un quaderno, una matita e una gomma che papà aveva recuperato in casa. Non ce n’erano molte, in verità, nella nostra casa.
Alcuni degli altri bambini erano venuti con la mamma, a presentarli alla maestra; io ero andato da solo, tanto sapevo dov’era la scuola, un altissimo edificio, con un grande portone in mezzo, più grande di tutti quelli normali delle altre poche case li vicino, il Campazzo Sud di Nonantola e poi c’erano tanti altri bambini, molti più grandi, delle altre classi.
Quello che più precisamente mi ricordo erano le scarpe. Io avevo un paio di sandalini, piuttosto malconci; quasi tutti gli altri avevano un bel paio di zoccoli di legno nuovissimi, luccicanti. Li passava la Scuola. Ma solo a chi aveva i genitori iscritti al P.N.F., il partito nazionale Fascista. Non era il mio caso.
Non parliamo della divisa, che per fortuna quel giorno non serviva, con tanto di calzoncini, camicia nera e due enormi fascie bianche, messe a bandoliera, come usava, per fare “Il Saggio”, al sabato nel cortile, dei giovani Balilla. E poi il berretto, il ”Fez” con la frangia dorata: quello l’avevo, come si vede dalla foto. La mamma me lo aveva comprato, non so come, forse vendendo i conigli.
Poi c’era un’altra cosa, che non ricordo più cosa fosse che non avevo. So che la maestra parlava in italiano, io invece solo nel dialetto che si usava in casa nostra. Ricordo che mi misi a piangere ed allora la maestra mandò a chiamare mia zia, la Rina, che faceva la quinta, da un’altra aula lì vicino ed il problema fu risolto.
Poi nella scuola c’era una grande stufa, color ocra, come non avevo mai visto, con una scritta, che più tardi lessi: Becchi, di Forlì. E le pareti, piene di quadri, che anche quelli dopo avrei chiamato carte geografiche ed un grandissimo quadro con la figura di un uomo con una camicia strana, color rosso e una scrittura sotto; era il nome: Garibaldi Giuseppe.
La maestra, che abitava anche lei in campagna, vicino a noi, a 300 metri, si chiamava Prosperina Zagni, che tutti la guardavamo con una specie  timore reverenziale, ci indicò ad uno ad uno il posto dove sederci, nei banchi e dopo vari spostamenti, quelli più piccoli davanti ed i più alti dietro e poi ci disse di prendere fuori dalla cartella un quaderno ed una matita e quindi venne a controllarci tutti, uno per uno.
Ricordo che parlò tanto, non ricordo di che cosa, ma in modo rassicurante, disse che avremmo imparato tante cose nuove e poi prese un gesso ed andò vicino ad un grande quadro nero, in un angolo, poggiato su di un cavalletto, che si chiamava “lavagna”, e fece un grande segno bianco dall’alto in basso.
Ci disse che dovevamo copiare quel segno, seguendo le righe che erano sul quaderno: erano le famose “aste”, poi ad uno ad uno passò a vedere, a correggere, ad insegnarci come tenere in mano la matita, a cancellare con la gomma, gli sgorbi e gli strafalcioni che ne venivano fuori. Alla fine ci disse che a casa dovevamo fare una pagina di quelle aste e che la mattina dopo avrebbe controllato.
Dopo altri discorsi, ci fece alzare tutti in piedi, di lato al banco e ci insegnò il passo di marcia, da fermo: un, due, un, due, un due, alt. La cosa non fu molto facile, credo. Infine, con uno di noi che lo sapeva già fare, ci insegnò a marciare, uno dietro l’altro, per uscire in fila indiana dalla scuola.
Nel cortile, c’erano tante altre classi, che marciavano tutte ordinate. Provammo a marciare in fila per due ed in fila per tre, ma la cosa si dimostrò molto complicata. A quel punto suonò la campana ed in un’esplosione generale di grida e di allegria finì il primo giorno di scuola. Al giorno d’oggi queste cose si fanno a due anni.




domenica 22 aprile 2012

La diga del PANTANO D'AVIO (1955-1956): prime esperienze di lavoro

La baracca degli operai

In seguito all’esito del corso per neodiplomati della Edison, il 06/06/’55 fui assunto dalla Ditta SALCI, una consociata del gruppo che si occupava di impianti idrici, in particolare di costruzioni di dighe, per ricavare energia elettrica sfruttando il salto delle acque, dai ghiacciai verso la pianura. La mia destinazione era “Il Pantano d’Avio”.

Finiti gli otto mesi del corso avevamo imparato tutto, o quasi, della Edison.

Ad Edolo avevo sentito dell’ultima diga in costruzione, sotto il tetto dell’Adamello, al Pantano, a monte della Val d’Avio, già completa di dighe e relative centrali che confluivano nell’alta Val Canonica.  Era là che cominciava la mia esperienza di lavoro vero.

Ad Edolo, gli abitanti, rudi montanari avvezzi ad ogni difficoltà, di cui conservo buon ricordo, specie di alcuni che avrei trovato lassù, De Marini, Bertolo ed altri, si dicevano del Pantano condizioni di vita molto difficili, ma non quanto avrei immaginato.

Per arrivare alla centrale del Pantano d'Avio da Modena, occorrevano 16 ore, dalle 4 alle 20.
Da Edolo fino a Temù in camion, poi a piedi fino al fondo valle teleferica, a Fucine, poi su da 1200 circa a 2450, poi ancora a piedi, fino alle baracche, sotto la diga. In alto a sinistra, la “Frantumazione” del granito, proveniente dalla Cava Plem.

La buona accoglienza al cantiere, tipica dei bresciani in generale, mi aveva un po’ risollevato il morale dalla pessima impressione avuta dai racconti della gente, giù in paese.

Pioveva. La realtà del cantiere mi fu subito chiara. Il mangiare, lo stato delle baracche, l’aspetto degli operai, la TV, mesi interi di permanenza in cantiere, 10 – 12 ore di lavoro al giorno, stato generale depressivo. Nessun incarico specifico del lavoro da svolgere.

Il Capo Cantiere Ing. Leonardi e l’Ing. Zambelli, gestivano l’”avanzamento lavori” assistiti da un gruppo di geometri, di cui non conoscevo bene le mansioni, i quali mi fecero un nerissimo quadro.

Andai alla cava Plem con il geom. Volonté. I minatori facevano brillare le cariche provocando grosse frane, dalle quali i bulldozer riempivono i carrelli attaccati alla teleferica che trasportava diagonalmente il materiale alla frantumazione: quasi 2 chilometri.

Mi mettono in torre: mi chiamano il capo dei mugnai. Fuori nevischio e pioggia, ma il getto in diga deve andare di continuo, giorno e notte. E’ corto il periodo di getto, che non può scendere sotto i –6°C, cioè da circa metà Maggio ai primi di Ottobre. Comincio a fare relazioni per il Geom. Lorenzini (una specie di vice-capo cantiere) e per Magnani e Ferraris.

I colleghi prendono lo stipendio:33.000 £. Lugaresi, il romagnolo è a casa. Voglia di posta dalla fidanzata. Pellegrini non vorrebbe che facessi un disegno per un trasportatore. L’ing. Penta, De Marini e Bertacchi impegnati per i molti guasti alle attrezzature. Mateucci mi illustra i dati dell’Impianto e rifaccio disegni per una “capra” caduta (sabotaggio ?).

La frantumazione

La Frantumazione è un alto edificio che riceve dall’alto i carrelli pieni di granito proveniente dalla cava e per caduta, su due linee parallele, attraverso grossi frantoi a cono eccentrico lo frantumano e cade nei sottostanti vibrovagli a più stadi per ripartire le diverse pezzature ai sili aventi “granulometrie” precise, da 100 mm fino al superfino, la polvere.

Alla base dei sili il materiale è prelevato, sotto pesatura e, secondo precise quantità per ciascun tipo, inviato alle impastatrici, che insieme al cemento, proveniente dai sili di arrivo da altre teleferiche, formano il prodotto di gettata, il quale, in appositi recipienti, è inviato in diga e trasferito sui 2 “Blondin” una specie di Ufo circolare, mosse da robuste teleferiche ancorate alle estremità della diga, per la distribuzione della colata su tutte le aree di gettata.



Il Blondin

Per citare delle dimensioni, dirò che in Luglio '56 si raggiunsero i 1000 metri cubi di gettata al giorno (200.000 mc per tutta la diga). Poiché il granito frantumato non produceva sufficiente prodotto fine, un apposito Mulino a barre integrava il necessario, prelevato a parte. Le barre erano costituite da diverse decine di cilindri di ferro temperato del diametro di circa 10 cm, lunghe circa sei mt e che per l’abrasività del prodotto, a fine stagione, rimanevano pochi resti affusolati, lunghi 4 – 5 mt di diametro a metà di 4 – 5 cm e zero alle estremità.
L’ambiente era polverosissimo. Occorreva la maschera, che tanti non mettevano, malgrado le raccomandazioni e la minaccia di sanzioni e la silicosi fece una strage di persone pagando con gran numero di anni di vita, questa trasgressione e di ventilatori e di  altri mezzi di protezione, intervalli di presenza, nemmeno l’ombra.

L'impianto di frantumazione ed il rischio di silicosi

D’altronde tutto l’insieme era devastante. Turni di 12 ore, senza lavarsi, gente che si addormentava in piedi, appoggiata alle canale inclinate del materiale che scendeva con un rumore infernale, con la barba di mesi, impastata della polvere del granito, di aspetto orribile, per un piatto di minestra che forse mai prima avevano mangiato, per tornare, a fine gettata al pascolo montano, a soffrire e morire per la cristallizzazione della superficie polmonare, ma allora, quella era la normalità.
Io cercavo di difendermi alla meglio, con la maschera, sostando il più possibile in Sala Controllo, dando ordini col telefono (a manovella), facendo rapidi giri di controllo e poi uscendo dai punti più polverosi; ciononostante, per molto tempo dopo ho temuto che in seguito avrei dovuto fare i conti con questo trascorso che per fortuna così non è stato.

Nell’estate il personale in cantiere arrivò a mille unità. A fine Ottobre, a fine gettata, fummo trattenuti su in 12, per la manutenzione. Con tale prospettiva, dall’impatto in quei pochi mesi, io, che non sono un piagnucoloso, né mi spavento di fronte agli eventi della vita, a 24 anni il 21/11/’55, dalla disperazione, ho pianto. Quell’inverno fu durissimo.

Anche in pianura. Il termografo, per più di un mese segnò una riga continua a fondo scala, a –20°C. La neve copriva quasi completamente le baracche, la teleferica si bloccò e per molti giorni rimanemmo senza rifornimenti, la salita alla torre era un’impresa difficile; nonostante ciò non imparai mai a sciare. La montagna, in inverno non era fatta per me. Dal tetto dell’Adamello sporgeva una lastra di 16 metri di ghiaccio.
Con il capo Sala controllo Capi, un reggiano piuttosto ribelle, avevo fatto grande amicizia. Fu lui ad introdurmi nell’elettrotecnica e, poiché gli avevano pagato un corso di radio (Radio Elettra), per farlo star buono, lui che era stato radiato dalla scuola per aver preso a botte il Preside, mi riavvicinò anche alla radiotecnica, di cui in seguito avrei fatto i corsi di radio, modulazione di frequenza, transistors ed infine di televisione.
Per me comunque si prospettava l’assoluta necessità di uscire da quella situazione. Ripresi la ricerca di un posto di lavoro. Prima direttamente, poi, siccome da alcuni esami non mi arrivò mai la risposta, tramite il mio carissimo amico Guido Panini, amico fin dall’infanzia, in campagna, che mi invogliò a studiare e che mi aiutò moltissimo da Milano, fino all’esame alla Necchi di Pavia, dove fui assunto il 30/07/’56.

Il 27/07/’56, quando ho lasciato il Pantano, la diga era quasi finita. Dopo poco sarebbe iniziato l’invaso: 12,5 milioni di metri cubi d’acqua. Sono tornato lassù, con la famiglia, dalle ferie in Val Pusteria, il 15/09/’83. Il ghiacciaio non c’era più, per il cambiamento climatico.
Il bacino era pressoché vuoto. La diga controllata da un guardiano, ma il luogo era tornato desolatamente deserto. Al momento pensai  al tanto lavoro, tante sofferenze, morti, miliardi di spese messi a rischio di parziale inutilità…. dal buco nell’ozono.

Oggi ci sono nuove centrali e nuovi progetti nella zona, per la forte necessità di trovare ed ampliare fonti di energia alternativa al petrolio, da cui dipendiamo.


La vista della diga in costruzione dall'edificio della frantumazione

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