lunedì 27 febbraio 2012

Un arrosto mancato


L’avevo individuato, infine, il nido dell’elegantissimo uccelletto nero dal becco giallo: era sul terzo olmo del filare vicino al fosso, dietro casa.
Il merlo nidifica prestissimo costruendo un magnifico nido tornito e tappezzato internamente con vellutati fili di arbusti che la femmina modella premurosamente, aiutata dal maschio che rifornisce il materiale.
Ai miei tempi, anni quaranta, nella pianura padana, nidificava fra le siepi e soprattutto sugli alberi fronzuti piuttosto alti da terra. Io sapevo tutto allora sui nidi degli uccelli, di ogni specie nella zona. Sapevo che la merla covava spesso cinque uova verdoline maculate di puntini neri, che impiantava il nido nel folto del fogliame degli alberi, che quando si accorgeva che
il nido era stato individuato dai nemici (gatti, rapaci e specialmente i ragazzetti), se la cova era ancora in corso, abbandonava il nido, se invece i piccoli erano già nati accelerava l’alimentazione al fine di anticipare la “levata”. Insomma credevo di sapere proprio tutto.
Avevo scovato il nido acquattandomi nei pressi dove vedevo alternarsi il volo del maschio e della femmina, che non arrivavano mai direttamente al nido, ma compivano sempre una serie di false soste intermedie atte a confondere presenze indesiderate, quale la mia. E’ curioso vedere come gli esseri viventi, per difendere la propagazione della specie, si arrovellino in riti e finzioni veramente ingegnosi.
Quando io cercavo di salire su di un albero, a circa quattro metri di altezza, dove c’era “il nido”, entrambi i genitori si ponevano a poca distanza, dalla parte opposta da dove ero arrivato, ed iniziavano un clamoroso ed allarmato cicaleccio con la chiara intenzione di attirare la mia attenzione su di loro e  di distoglierla dalla possibile scoperta del loro nido.
La mia carissima zia Verina, quando le portavo qualche uccellino, li spennava e ci faceva, per noi quattro o cinque ragazzini, gustosissimi arrosti, che nella povera mensa familiare erano una vera e propria leccornia. Questo non l’ho mai dimenticato e sento il dovere di ricordarla, la buona zia Verina, anche ora che non c’è più e che, come la merla, si prodigava così premurosamente per noi bambini, ignari.
Ero salito arrampicandomi sul tralcio dell’uva sostenuto dall’albero ed avevo visto il nido con dentro già i piccoli, appena nati, ancora pelosi e boccheggianti e, cercando di lasciare meno tracce possibili, ero disceso contento facendo i miei calcoli.
Sapevo che dopo la cova di una quindicina di giorni, i piccoli crescevano ed in circa dieci o dodici giorni erano pronti a lasciare il nido, anche se nei primi giorni seguenti, non riuscendo ancora a volare, si nascondevano a terra fra le colture, alimentati dai genitori, che si alternavano frettolosamente e li difendevano da possibili predatori, con la stessa tecnica di sviare l’attenzione dei cacciatori attirandola su loro stessi.


Era questo il periodo più pericoloso per i piccoli non ancora capaci di salvarsi volando ed inconsci di quanto gli capitava attorno. In questa fase perivano così la maggior parte dei nuovi nati delle tre cove annuali. Il cibo era costituito di lombrichi e piccoli insetti e la crescita proseguiva a marcia forzata nella corsa esasperata per salvare gli inesperti uccellini.

Io non costituivo alcun pericolo per i merli adulti, non avendo fucili, essendo pressoché impossibile colpirli con la fionda e quindi, al fine dell’arrostino, l’unica possibilità era di cogliere i piccoli appena prima che uscissero dal nido o appena dopo, lì in giro, ma in quest’ultimo caso al massimo se ne poteva prendere uno, nella difficile gara fra me e qualche gatto di passaggio, che ne fiutava l’odore, alle primissime luci dell’alba.
Ogni giorno che passava io andavo nelle vicinanze, di soppiatto, a controllare se c’era qualcosa di nuovo e se vedevo ancora i “vecchi” alternarsi nel loro alacre lavoro. Il pericolo era ancora che abbandonassero i piccoli. Cinque uccellini erano una bella preda. Già pregustavo l’intingolo che avrebbe preparato la zia. L’attesa era snervante. Avevo preparato un cestino con il coperchio, dove mettere il bottino. Era tutto predisposto.
Alla mattina dell’ottavo giorno, da quando avevo trovato la nidiata, mi preparai all’impresa con molta circospezione. Non avevo scale, non dovevo fare molto rumore per non spaventare la nidiata che avrebbe potuto scapparmi via sotto il naso e anche per non allarmare mamma e papà. La salita con il cestino era difficile. Alla fine giunsi trafelato sopra l’olmo. Di lato vedevo il fondo del nido. Nessun rumore, neanche dei vecchi. Un balzo, lo scostamento rapido dei rami, pronto ad agguantarli tutti, sorpresa: il nido era già vuoto !




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